Carini: Una comunità ingabbiata!

Pochi girano per il borgo di Carini oltre una certa ora della sera. Una constatazione abbastanza facile. Che sia Estate o Inverno la solfa è grossomodo la stessa. Un tempo la solitudine delle vie si poteva giustificare con la tradizionale trasmigrazione, alle campagne limitrofe al centro storico, di coloro che, per fuggire dal caldo, si allontanavano di un paio di chilometri. La festa di Settembre o la fine di Maggio erano i periodi eletti. Oggi semplicemente questa giustificazione ha ceduto il passo. Oggi probabilmente non abbiamo idea, inoltre, di quanti possano essere i residenti effettivi, carinesi d’origine e non, che quelle strade dovrebbero popolarle. Questo fattore comporta una passaggio, letteralmente, dal giorno alla notte, in cui cambiano anche le persone, i ragazzi che popolano quelle strade.

Il dialetto locale scompare; i volti di chi ha sempre vissuto lì diventano più radi. Al contempo appare una sorte di paura, sopratutto per chi è avanti con l’età e non intende cedere il passo a chi, secondo cronaca, attenta alla serenità della comunità. Scatta l’ora delle gabbie ingrigite. L’ora di chi in casa si barrica e non dorme sereno quando sente rumori in strada. Carini sta cambiando aspetto, anzi l’ha già cambiato. Alle porte rotte, alle persiane sconnesse, alle saracinesche abbassate e tristi si sono aggiunte grate, inferriate, porte appesantite dal fardello di un controllo che appare oggi alquanto precario. E’ qualcosa di diverso dalle normali variazioni statistiche. Carini vive con un alone di decadenza, la sua esistenza, senza dare l’impressione che ci siano possibilità di rimediare con interventi di ordinaria amministrazione; niente nei poteri di un ente locale può dare l’idea di metodo concreto per avvicinarsi a un idea di vivibilità, non già usando a modello altre realtà ma almeno la stessa Carini di vent’anni fa. Uno sguardo alle strade limitrofe alle vie principali confonde e sconforta. Si vive al limite. L’impressione è che possa accadere davvero di tutto, che manchi semplicemente il fiammifero.

Non è possibile idealizzare ciò che non c’è più, ingabbiato dalla paura. Non si può ipotizzare uno sviluppo della città vecchia senza fare i conti con l’attuale realtà, in continua evoluzione giorno per giorno, senza una guida amministrativa che dovrebbe avere ben altri poteri di quelli oggi conferiti dalla legge. Senza il fattore decisivo di una popolazione che sta per essere sostituita nel numero e a rischio di perdere, fin qui, la sua identità, le sue tradizioni, la memoria di cosa è stato.