“Le mie parole, le tue parole”, la poesia avvolgente di Matteo Lamia

“L’inizio e la fine, la cura di ogni male? Più che amare, lasciarsi amare. Amico mio, alta cima e giovane viaggiatore, questa non è poesia né tanto meno letteratura: è un foglietto, una sigaretta, è uno spiraglio appena appena che mi fa più vicino e più simile al Cielo e al suo sorriso. Ché la rivoluzione può iniziare una sera stringendo forte un caro libro e le sue storie d’amore”. Al lettore

Sta per andare in stampa “Le mie parole, le tue parole”, opera prima di Matteo Lamia, Edity, Palermo; la città si arricchiesce di un nuovo visionario che verga su fogli di quaderno emozioni che nascono così per caso, illuminando momenti e realtà sovrasensibili con versi che ti entrano come spade e non ti abbandonano più. Le mie parole sono le tue parole, poeta e lettore sono intimamente intrecciati in quella cura di ogni male che è l’abbandonarsi all’Amore, si lascia amare chi riceve in dono un verso, si lascia amare chi attraverso lo spiraglio poetico ritrova il sorriso del Cielo. E’ un’anima sensibile Matteo Lamia, ma dietro la sensibilità che è dote necessaria ad un poeta, c’è un bagaglio culturale ed emotivo lunghissimo che vede oggi il compimento nella pubblicazione.

Matteo Lamia
Matteo Lamia

Cosa è per te la poesia? :”La poesia è qualcosa di antico, riguarda l’uomo nella sua più intima parte, e la poesia è anche qualcosa di semplice, di estremamente semplice. In quanto tale, in quanto semplice, la poesia è un frutto dello Spirito, che abita l’uomo, e della verità la poesia ne dice l’essenza.
La poesia è il canto della Vita vivendo e nominando il proprio mondo interiore, l’anima dell’uomo, e le sue sterminate pianure. Anima che è fatta di silenzi, stagioni, passioni, sogni e libertà; un’anima, quella dell’uomo, che è fatta di attese, speranze, di viaggi, parole, ombre e bellezza. Un’anima, dicevo, che è della stessa aggrovigliata e incandescente sostanza della Vita, mistero ineludibile di gioia e di pianto, sentiero di domande e meraviglie, infinito stupore e gratitudine. E la poesia non avrà fine, dice Giuseppe Conte, finché non finirà la traversata del mare dell’essere, la ricerca del senso del mistero che è in noi e fuori di noi.
La poesia, in quanto parola, nasce dalla necessità, dall’impellenza che viene dalla consapevolezza della mancanza, che ha quest’ultima radici profonde e lontane. E non c’è parola, e quindi non c’è poesia, senza inquietudine, senza l’ansia della meta, senza la febbre fredda che ci assale ai piedi dell’Incontro. Perché l’umanità e la sua storia nacque con una parola e si chiuderà, ritornando all’Origine, nel più pieno silenzio di tutte le cose.
Una poesia è il luogo in cui il poeta compie un atto d’amore per esistere. Quando si ha la sfrontatezza, la gioia, il delirio di denudarsi, di donarsi per mezzo delle parole all’altro, nel momento in cui il poeta si brucia senza riserve in ogni poesia, quella persona che scrive non c’è più: infatti il poeta è una fenice, muore come singolo e rinasce moltitudine in ogni poesia, in ogni poesia rinasce noi. In questo senso una poesia possiede un’enorme forza, ma anche una spaventosa vulnerabilità.
Ho accennato all’assoluta semplicità come carattere proprio della parola poetica; ora voglio dire qualcosa riguardo all’immediatezza che deve possedere. Immediatezza intesa come capacità di aderire alle cose che nomina, alla vita che canta. Immediatezza intesa come “parola che chiama per nome le cose” pronunciata con chiarezza, quel dire qualcosa di vero e molto vivo, che pulsa Vita e quindi un’immediatezza che è di conseguenza capacità di stabilire un vero contatto, intimo e personale, con il lettore che la legge. In ciò consiste la potenza poetica dalla parola: dire “sedia” per “sedia”, chiamare la paura “paura”, senza sotterfugi, concettualismi, deprimenti sproloqui di un io malato o svilente poetichese, che è qualcosa di apparentemente contiguo al sapore della vera poesia, ma che in verità non è altro che un grumo confuso di fumo che fugge dalle proprie mani mentre si tenta di afferrarlo – e che poi, non ti rimane niente.
Voglio aggiungere qualche altra nota. La parola poetica per essere veramente tale bisogna che il lettore possa “sostarci sopra”. Vuol dire che la parola poetica, e quindi un verso di una poesia, deve essere così carica, densa di significato e di musicalità da indurre quasi a fermarsi nella lettura dell’intero componimento. Vi trovi un gusto profondo, in quella data parola o gruppo di parole che possono formare uno o più versi, che le vai poi ruminando dentro di te più e più volte fino a rimanere impresse nella memoria del tuo cuore. E così quelle parole diventano tue, divengono parte di te, del tuo bagaglio, col quale leggi e cerchi di interpretare il mondo e la stessa vita. Se una poesia non è fatta di parole dense, cariche di quel gusto profondo che ti inducono poi a portartele con te, allora penso che non si tratti di poesia. Di qualcos’altro, ma non di poesia.
Inoltre, come sostiene Davide Rondoni, ciò che qualifica la parola poetica è innanzitutto una tensione, data al principio dall’emozione che muove al canto, che è una forza vibrante che attraversa e afferra le parole solite, quelle di tutti i giorni e che nell’uso quotidiano hanno perso luce e vigore, e le trasforma rendendole il più possibile adeguate al dato oggetto o porzione della Vita che si sta cantando.
Infine, se qualcuno mi chiede il perché della poesia, rispondo non riferendomi da dove o da cosa nasca la poesia, né tanto meno quale fine possa avere la poesia; piuttosto penso a che utilità possa avere per ognuno di noi la poesia, perché debba esistere e stare tra di noi, tra le faccende e le pieghe della nostra vita quotidiana. La mia risposta è la seguente: i poeti ci dicono ciò che siamo, come funzioniamo, e come girano le cose e quale legge regola l’universo. Rispetto ai filosofi ce lo dicono in maniera più dritta, precisa, puntuale. Loro lo percepiscono nell’aria, in filigrana, lo avvertono per intuizione. Dall’alto o dal basso, non importa: sono aperti allo stupore di ogni circostanza. E lo sanno per un’esperienza che è di tutti ma unica e personalissima allo stesso tempo. I poeti sono di una sostanza più leggera, eppure gravi e gravidi. Ci riportano col loro sangue, con la via angusta e liberatoria della parola a noi stessi, al centro della nostra città oggi perduto e senza memoria. Accendono in noi una santa agitazione, una nostalgia di altre cose. Ci danno una possibilità di senso, ci riavvicinano a noi stessi. I poeti accendono la Vita. La questione, dunque, non è a cosa ci serva la poesia; ma la questione è il nostro grado di sonnolenza, la questione è quanto davvero siamo svegli, quanto a noi stessi siamo presenti.

Ph. Antonio Catalfio
Ph. Antonio Catalfio

Nel tuo impianto poetico c’è una visione della vita particolarissima e complessa che cerca un itinerario semplice e coerente:”Per me la vita è mistero. Mistero nel senso che tutto avviene in nome di qualcosa che mai completamente comprenderemo o riusciremo ad afferrare. La vita avviene. A noi tocca metterci in ascolto, silenziosamente e pieni di vivo ardore, di entusiasmo. Entusiasmo e attesa per ciò a cui siamo chiamati a fare, e quindi a partecipare e condividere. Per come la vedo io, per quello che ho compreso sino ad oggi tutto accade miracolosamente in nostro favore. E niente avviene per caso, come se tutto ha una segreta corrispondenza nell’unica realtà vera che abita nell’Invisibile, nello spirituale. Io credo nel primato dello spirituale, come principio di un’esistenza vissuta autenticamente, consapevolmente, vissuta a partire dal di dentro, dalle nostre più personali passioni, da ciò che sognavamo da bambini. E l’esterno, io credo, non è altro che l’emanazione dell’interno. Qualcosa si spezza non quando le circostanze o le persone non corrispondono all’idea che ci siamo fatti, ma semplicemente quando smettiamo di essere aperti al nuovo, al cambiamento che bussa alla nostra porta e ci viene a visitare, quando dimentichiamo di lasciarci andare al perpetuo movimento che avvolge e guida ogni cosa. Lasciarsi andare: essere attori protagonisti e autori del proprio presente, operando scelte (siamo inevitabilmente frutto della libertà che ci è stata data di esercitare), ma allo stesso tempo senza mai irrigidirci per via dell’idea che ci siamo fatti o dei desideri che in quel dato momento o luogo crediamo essere sacrosanti e quindi assoluti. Plasmare ed essere sempre pronti a essere plasmati di continuo. E quindi leggere, viaggiare, sudare, ammalarsi, festeggiare, provare tristezza e amarezza, sconforto se a volte la circostanza lo richiede; e ancora mangiare, guardare, stupirsi, correre, dormire, piantare alberi e innamorarsi. Sì, innamorarsi. Sempre. Di continuo. Essere fuoco vivo tra la gente. Felici? No, di questo si fa il conto solo alla fine. Ma avere gli occhi accesi, ridenti, forti, fiduciosi, beh questo sì. Soffrendo. O impazzendo di gioia.
La vita è di una sostanza troppo vasta e sfuggente tale che nessun piano ci darà mai una qualche garanzia. L’unica possibilità, l’unica via? Fermarsi, respirare profondamente e poi agire di conseguenza. Agire risoluti. Certi. Agire ardendo. Ed esistere per creare, e creare esistendo. Abbandonare la logica di causa-effetto con cui guardiamo il mondo e le cose e andare per intuizione, puntare all’essenziale, sostare nel nostro cuore.
Sulla testa di ogni uomo pende una parola, che di ognuno è la propria parola. Una parola che è un codice, il codice da sciogliere nel quale è scritto il proprio destino, il compito di luce per cui si è venuti all’esistenza. La vita è questo: una parola da compiere, una luce a cui prestare fede e giuramento. La vita è un sacrificio d’amore, un atto di suprema libertà. Scelto, sudato, abbracciato.
Il resto? È uno sfilacciato far correre il tempo, e con esso un non venire mai a capo di quel gusto, di quel gesto che dia senso al nostro presente.
Perciò auguro a tutti di vivere, di sognare, e di non smettere mai di stupirsi e di fare innamorare di sé stessi gli altri e di ogni cosa ognuno di noi.”

lamia4Quali i tuoi modelli poetici, gli autori della tua formazione? “La mia formazione è classica, o almeno il mio percorso di studi è passato tramite la maturità classica e poi la laurea in Lettere Moderne. Nel corso degli anni invece le mie letture poetiche non sempre hanno seguito i dettami della mia formazione scolastica.
Iniziai a strimpellare versi in giovane età, verso i dodici anni. Era estate e con accanto “L’allegria” di Ungaretti andavo impastando puerili versi scimmiottando lo stesso poeta di Alessandria. Ero come accecato d’amore, il primo amore non si scorda mai, per l’intensità fulminante delle sue parole. Da lì in poi non smisi più di scrivere in versi ma ovviamente per tanti anni, quelli miei giovani e bui, posso confessare che i risultati non erano tali da passare agli annali della memoria. Nei miei giri tra le poesie dei vari poeti qualche anno dopo mi innamorai per caso (fui attratto dalla copertina del libro e quindi lo comprai) di Sandro Penna, che non a torto a mio modesto parere è stato definito da Pasolini come il più grande dei lirici del ‘900. E come non crederlo davvero davanti a una poesia del genere: “Viene la sera. Io catturo un odore / di corpo e d’erba. / E il mio giorno è in amore”?
In età adulta, intendo con questa l’età in cui i miei risultati poetici avevano già una sufficiente maturità contenutistico-formale, passai per Baudelaire, padre della poesia moderna, e guida per me perché comprendessi la passione profonda che si cela nell’odore denso della vita ai limiti. Poi, il passo da Baudelaire a De André, almeno per me, fu breve. In qualche modo e ognuno a suo modo maledetti tutti e due, di De André non dimenticherò mai la grande lezione sulla com-passione che bisogna che io abbia verso il mio vicino, primo passo di vera comprensione dell’altro e di sé.
Invece, se oggi mi dovessi girare indietro e mi venisse chiesto di indicare chi sono i poeti che porto nel cuore, i poeti le quali opere strette tra le mie mani mi spingono di nuovo a scrivere anche io parole nuove, io direi senza ombra di dubbio Neruda, grandissimo amore della mia vita e al quale torno spessissimo quando voglio anche io spiccare il volo dell’immaginazione poetica, Whitman e il suo fiume senza freni né argini, Szymborska la cui parola come un azzurro sorriso tagliente io la penso per me irraggiungibile, Tagore e la sua poesia fatta di parole esatte e immagini nitidissime, ed infine Giuseppe Conte, scoperto solo un anno fa e capace con le sue poesie di mettermi sul sentiero personale che mi sta portando alla mia di parola poetica. Tutto questo senza mai, però, dimenticare Borges dell’“Elogio dell’ombra”, Nazim Hikmet, Jacques Prevert, Umberto Saba, sul quale ho riposto le mie speranze per risalire tramite lui a Leopardi e poi a Petrarca e in generale a tutta la lirica mondiale, e John Wilmot, le cui satire dissacranti sono in qualche modo il sostrato delle poesie più violente nei modi e nel contenuto del mio libro “Le mie parole, le tue parole”.
Ultimamente mi sono stati accanto anche Vincenzo Costantino la cui poesia “Le cento citta” consiglio a chiunque, “Le parole giovani” di Mariangela Gualtieri.
Infine, conclude Lamia,  porto sempre con me “Lettere a un giovane poeta” di Rilke, che come per tanti altri prima di me rappresenta una sorta di breviario di arte e di vita”.

Concludiamo questa lunga conversazione con il poeta Matteo Lamia, con una poesia tratta dalla sua raccolta e dedicata a Maria Teresa di Calcutta:

Non imporre il tuo credo
i tuoi pensieri
sogni e inquietudini
a chi ti vive accanto.
Lascia che sia, che segua
il suo corso; tu, piuttosto,
raccogli le energie
conserva il tuo tempo
perché, se ti chiederà,
anche lui
si senta amato.
Ogni creatura è un mistero
ogni uomo un evento,
un Nome nel viaggio
da doversi rivelare.
Nelle sue mani, sulle sue spalle
porta i segni di una vita:
la polvere del giorno
gli amori passati
la preghiera gridata
i cari, forti nei ricordi
nudi nell’abbraccio della terra.
Io, alla sera, siedo lungo il fiume
con bambini, assassini e prostitute
e con loro divido
il pane, il silenzio
e i colori del Bengala.
La gioia del mondo,
tutta la musica delle cose
è allora lì con noi:
come teneri e preziosi
granelli in riva al mare
ci raccontiamo a vicenda
delle lune nei nostri passi,
ci guardiamo stupiti.

Matteo Lamia è nato a Palermo il 26 ottobre 1984. Dopo la laurea triennale in Lettere Moderne è iscritto alla Laurea Magistrale in Filologia Moderna e Italianistica alla Scuola delle Scienze Umane de del Patrimonio Culturale dell’Università di Palermo. Ha recentemente vinto il premio per la poesia “Paolo Francesco Bosco”. Le mie parole, le tue parole, in fase di stampa per i tipi Edity, è l’opera prima del poeta palermitano.

Antonio Catalfio