Carini, la città di Maria? Un’affascinante ipotesi di Giovanni Filingeri e Gianluca Serra

Carini, «la città di Maria»? è l’affascinante ipotesi di Giovanni Filingeri e Gianluca Serra, due instancabili ricercatori siciliani, autori di numerose pubblicazioni storiche sul territorio della Sicilia Occidentale. Spinti da quella che i latini chiamavano “curiositas”, la voglia di sapere, di studiare e di esplorare ipotesi nuove nel solco del nostro passato e sulla scia del ritrovamento di un inedito manoscritto arabo del XI secolo, pubblicato dallo studioso Jeremy Johns, i due autori ricostruiscono i probabili siti delle antiche chiese e di una basilica, illuminando la storia medievale della comunità carinese.

Giovanni Filingeri e Gianluca Serra
Giovanni Filingeri e Gianluca Serra

“Nel 2004, in Mélanges de l’École Francaise de Rome (MEFRM, t.,116), é stato pubblicato l’articolo di Jeremy Johns, professore emerito di arte e archeologia del Mediterraneo islamico, dal titolo Una nuova fonte per la geografia e la storia della Sicilia nell’XI secolo: il kitāb Garā’ib al-funūn wa-Mulah al-‘uyūn.
Il testo scientifico trae la sua origine dall’acquisto da parte della prestigiosa Università di Oxford di un inedito manoscritto arabo, che può considerarsi un vero trattato cosmografico, intitolato Kitāb Garā’ib al-funūn wa-Mulah al-‘uyūn, cioè “Il Libro delle curiosità delle scienze e delle meraviglie per gli occhi“. L’opera, di autore ignoto, si compone di un solo volume di quarantotto fogli, diviso in due libri, databile entro la prima metà dell’XI secolo d.C., quindi antecedente all’occupazione normanna della Sicilia avvenuta fin dal 1061.

La mappa della Sicilia. Università di Oxford. Riproduzione Vietata
La mappa della Sicilia. Università di Oxford. Riproduzione Vietata

La Sicilia è citata in tre capitoli del secondo libro e, precisamente, nel capitolo X, contenente una mappa del Mediterraneo, nel capitolo XII e, infine, nel capitolo XIII, che tratta di Al-Mahdiyya, ossia la capitale del regno fatimita in Ifrīqiyya. La gran parte delle notizie riportate nel capitolo XII è attinta dall’opera del viaggiatore iracheno Ibn Hawqal che visitò la nostra Isola nell’anno dell’Egira 362/972-73, mentre la paternità delle altre notizie è di dubbia provenienza e ancora oggetto di studio ed approfondimento. L’autore del testo, probabilmente egiziano, figura come curatore, anche se, in realtà, propone sue personali riflessioni e informazioni. La mappa dell’Isola, riprodotta schematicamente come un cerchio schiacciato, è difforme dall’iconografia triangolare proposta in seguito da Idrīsī (1154) sia per l’inversione dell’orientamento, secondo la nota convenzione islamica (SN), sia per l’assenza totale delle linee della costa in grado di caratterizzare la morfologia reale dei luoghi e di facilitare la contestualizzare dei toponimi ivi riportati. Nella mappa sono, infatti, indicati 140 toponimi, di cui circa un terzo ancora da identificare. La stessa capitale dell’Isola, Palermo, è disegnata nel mezzo della costa tirrenica settentrionale e non a nord-ovest come di consueto. Probabilmente, chi ha disegnato la mappa non aveva cognizione della geografia dei luoghi, ma solo una lista dei toponimi principali del litorale siciliano similare all’itinerario/rotta da Al-Mahdiyya a Palermo, riportato nel capitolo XIII dello stesso trattato. Altri toponimi presenti nella mappa, riferibili all’entroterra siciliano, sono ordinati secondo linee rette, suggerendo la presenza di itinerari tra le singole aree geografiche spesso di dubbia e complessa identificazione topografica.
dettaglioIl nostro interesse per questo manoscritto non è casuale, in quanto motivato dalla citazione di due toponimi arabi affini, entrambi verosimilmente ubicati in questa parte della Sicilia Nord-occidentale.
Il primo, tratto dal libro II, cap. XII, f. 32b-33a, è riportato al numero 4) dell’elenco dei toponimi della mappa della Sicilia (cfr. appendice 4), Gabal hāriğ tusammā Ra’s Marīrā, «una montagna che sporge [sul mare] chiamata Ra’s («capo di») Marīrā (?); la citazione segue al numero 3) Marsa al-Tin, «L’ancoraggio dell’argilla». Il secondo toponimo, Madīnāt Mariyā, ossia “Città di Maria”, è riproposto in appendice 5 col numero 20) dell’itinerario/rotta da Al-Mahdiyya a Palermo (cfr. Libro II, cap. XIII, f. 34a), a quaranta miglia da Santūbīt (San Vito Lo Capo) segnato a sua volta col numero progressivo 19). Infine, nell’appendice 5 si attesta col numero 21) la distanza di 24 miglia lungo il litorale tra Madīnāt Mariyā e Siqilliyya (Palermo).
I due toponimi Mariya/Marīrā, fortemente affini, si ritrovano vicini nella citata mappa; e, pertanto, lo studioso Jeremy Johns non esclude una possibile correlazione fra di loro, tanto da ipotizzare l’associazione Madīnāt Mariyā/Carini, in quanto unico centro abitato attestato nel litorale occidentale tra Palermo e Calatubo.
A supporto della tesi, introduciamo adesso i preziosi riferimenti topografici risultati dallo studio analitico del trattato geografico del viaggiatore Al-Idrīsī, nato a Ceuta e vissuto alla corte di Ruggero II (1105-1154). Nella sua descrizione, Idrīsī segnala le varie tappe del litorale isolano seguendo un orientamento descrittivo est-ovest, con inizio dalla città di Palermo. Sulla sinuosa e frastagliata costa, estesa fino a Punta Raisi, la fonte segnala le cinque miglia fino a Barqah (Barca, Vergine Maria), le cinque miglia fino a Marsâ al-Tîn (lido di Mondello), le due miglia fino a Ghâla (capo Gallo), le quattro miglia fino all’Isola delle Femmine, le sei miglia fino al porto di Carini (arco del Baglio, foce del torrente della Grazia) ed, infine, le altre tre miglia fino a ra’s, cioè la punta sotto Cinisi (Punta Raisi). Il geografo segnala, anche, l’itinerario di 12 miglia che collega Carini a Palermo, corrispondente probabilmente allo sviluppo del tracciato interno Passo di Rigano/ Scala di Carini/Bellolampo.
Dal confronto fra le citate fonti emergono dati topografici significativi; se, infatti, sviluppiamo sul terreno la distanza di 24 miglia dell’itinerario costiero Madīnāt Mariyā-Siqilliyya (Palermo), riproposto dal manoscritto dell’XI secolo, si perviene al Gabal hāriğ tusammā Ra’s Marīrā, «una montagna che sporge [sul mare] chiamata Ra’s («capo di») Marīrā, da identificare verosimilmente con il Pizzo di Mezzo (m 850), cioè l’estrema propaggine settentrionale della catena Monte Pecoraro/Montagna Longa che sporge sull’area antistante appellata Punta Raisi/Pozzillo. Nel Cinquecento, questo rilievo, appellato Monte di San Giovanni (cfr. mappa di T. Spannocchi) per la presenza alle sue falde, dell’omonima chiesa medievale appartenente ai Teutonici, fungeva da luogo di vedetta nel sistema di vigilanza della fascia costiera. Ricordiamo ai lettori che, sul versante occidentale del rilievo, si ritrova ancor oggi attestato il santuario della Madonna del Furi (Cinisi), d’incerta fondazione. E’ da notare soprattutto la persistenza del toponimo Ra’s rimasto a denominare l’omonimo promontorio (Punta Raisi).

Feudo Foresta

L’ipotesi dello studioso Jeremy Johns, alquanto suggestiva ma di grande fondamento toponomastico e topografico, merita la giusta attenzione, in quanto avvalorata dalla semplice sovrapposizione delle distanze espresse dalle due fonti e dalla residua toponomastica.
Fatta questa preliminare premessa di carattere topografico, si pone l’interrogativo di spiegare il particolare attributo dato alla città di Carini in un’epoca che precede l’occupazione dell’Isola da parte dei Normanni. L’argomento si apre ad un ventaglio di riflessioni e suggestioni che ci portano lontano nel tempo e che qui proviamo a rappresentare.
Con molta probabilità, l’appellativo rimanda al culto verso la Santa Vergine, che dovette essere abbastanza diffuso e intenso sin dai primi secoli del Cristianesimo e tale da sopravvivere anche sotto il dominio musulmano dell’Isola. Con l’Islam era in corso una guerra di riconquista territoriale, non una guerra santa o di religione. Islamismo, Ebraismo e Cristianesimo sono tutte religioni notoriamente monoteiste. La parentela degli arabi con gli ebrei attraverso Abramo va a collegarsi con i frequenti richiami del Corano a personaggi ed episodi della Bibbia e dei Vangeli. I musulmani negano la divinità di Gesù e ne proclamano solo la qualifica di profeta; la Vergine Maria, madre di Gesù, è, invece, per il Corano l’eletta tra tutte le donne del creato nonché modello di riferimento per la spiritualità e la pietà popolare; e, in quanto modello di umiltà e di virtù, lo stesso Maometto la colloca tra le sante, tra le persone elette da Dio nella storia sacra. Per questa purezza e pratica della rettitudine, la persona di Maria, chiamata con il nome coranico Maryam, o anche Sayyda (Signora), esercita un certo fascino su tutto il mondo islamico, quale segno dell’onnipotenza divina ed esempio per i credenti. Il nome di Maria nel Corano si legge ben trentaquattro volte di cui ventiquattro associato al nome di Gesù. Possiamo, quindi, presumere un certo rispetto e ammirazione dei musulmani verso la Vergine Maria già durante la fase di occupazione dell’Isola, iniziata nel 827 e durata ben 137 anni.
Mancano, comunque, notizie certe sul culto mariano nel periodo delle origini; nonostante la presenza benedettina fosse già attiva sul territorio isolano nei sei monasteri fondati da Gregorio Magno, esso doveva, in ogni caso, conformarsi alle consuetudini liturgiche del tempo e, quindi, al rito greco nelle chiese e nei monasteri bizantini. Intorno al V secolo e dopo il Concilio di Efeso (431), si afferma la superiorità devozionale della Vergine sulle altre figure religiose e divampa fortemente la spinta di venerazione dei fedeli verso di Lei. Per il popolo bizantino, Maria diviene la protettrice delle città cristiane fino a diventare amuleto contro gli assedi e le guerre o anche, in forma privata, contro le malattie e le quotidiane insidie della vita. Prima dell’occupazione islamica, la Sicilia conosce una grande esplosione culturale e religiosa. Tra il 678 e 701, l’isola diede quattro papi, tutti di origine orientale; nella seconda metà dell’VIII secolo fu eletto un altro papa siciliano, Stefano II.
A Villagrazia di Carini esiste il complesso catacombale più vasto della Sicilia occidentale, espressione di una forte e numerosa comunità cristiana già nel IV sec. d.C.; un’area archeologica che rivaluta le attestazioni dell’Ecclesia Carinensis nell’epistolario di papa Gregorio Magno (E. Vitale, 2011). La diocesi rurale, probabilmente scorporata da quella di Palermo, comprendeva un vasto territorio sovrapponibile, a nostro parere, a quello dell’antica città di Hykkara, distrutta dagli ateniesi nel 415 a.C. e ripopolata nel corso dei secoli successivi. E’ ipotizzabile che il limes di competenza diocesana si estendesse, sulla costa tirrenica, dal lido di Sferracavallo fino ad oltre il fiume Calatubo, mentre, sull’entroterra, dalla piana di Partinico fino alla corona di Monti che circondano le antiche divise di Sàgana/Rachal Karram, Rendicelle e Rasilme.

Particolare della pianta del sistema idrografico del torrente San Vincenzo. 1874. ASP. Riproduzione vietata
Particolare della pianta del sistema idrografico del torrente San Vincenzo. 1874. ASP. Riproduzione vietata

Il cimitero ipogeico di Villagrazia, ricadente nell’Ottocento nel fondo del barone di Cutomino e
in gran parte interrato a causa degli straripamenti alluvionali e torrenziali (v. mappa), dista circa 1 km in linea d’area dal nucleo insediativo tardo romano di San Nicola (Karines) ubicato in pianura a cavallo del torrente San Vincenzo/Grazia. Qui la presenza di abitazioni di età islamica, impostate su strutture murarie tardo romane e bizantine, ha fornito un valido indizio a supporto dell’asserita continuità dell’insediamento da epoca romana fino all’età normanna (Vitale, 2011).
Peraltro, è significativa la precisa testimonianza del geografo Idrīsī: …Carini, terra graziosa, bella e abbondante produce gran copia di frutte d’ogni maniera ed ha un vasto mercato e la più parte de’ comodi che si trovano nelle grandi città, [come sarebbero] de’ mercati [minori], de’ bagni e de’ grandi palagi …avvi una fortezza nuova, fabbricata sopra un colle che domina la terra.
Probabilmente, nel corso degli anni, a seguito dell’avviato progetto d’incastellamento feudale si rese necessario il progressivo trasferimento delle strutture chiesastiche e abitative dalla piana al poggio collinare, dove oggi sorge la moderna Carini e, precisamente, nel nuovo quartiere munito della Terravecchia.
17-_013La numerosa comunità cristiana e l’attestazione dell’Ecclesia Carinensis fanno, dunque, ipotizzare la presenza di una sede episcopale, di una basilica paleocristiana in contrada San Nicola (presso la chiesa omonima) e di un culto intenso e ricco di fervore verso la Madonna, tutti elementi che concorrono a dare valore alla citazione/ipotesi “Carini, Città di Maria” del manoscritto dell’XI secolo, in piena epoca musulmana. Non meraviglia, alla luce delle considerazioni su esposte, un esempio di “tolleranza religiosa di fatto”, nonostante il tentativo di rapida islamizzazione dell’Isola avviato subito dopo la cruenta fase di occupazione. Un impegno categorico e vessatorio che non si rivolse solo nei confronti delle istituzioni, degli enti amministrativi e delle emergenze architettoniche, con la creazione di un emirato e la trasformazione di chiese e/o sinagoghe in moschee, ma, soprattutto, nei confronti di ebrei e cristiani che furono sottoposti ad una serie di obblighi (cittadini a diritti limitati e subalterni, cosiddetti dhimmi). Fra questi vi era, anche, il divieto di praticare in pubblico la propria fede o di accudire i luoghi di culto. Per garantirsi i pochi diritti rimasti cristiani ed ebrei dovevano pagare una tassa di capitazione, la famigerata Jizya. Tuttavia, i musulmani non fecero nulla di concreto per impedire l’ascetismo dei monaci basiliani di Sicilia e la loro predicazione e nel condurre avanti, fino alle estreme conseguenze, la politica di conversione religiosa della popolazione cristiana siciliana. Non gli conveniva! Le conversioni facevano, infatti, venire meno le ingenti risorse provenienti dalle imposte cui erano sottoposti i dhimmi. Se è difficile pensare alla possibilità di costruire edifici di culto durante l’occupazione araba, è indubbio che, nonostante le vicissitudini del tempo, l’elemento cristiano e soprattutto il culto verso Maria nelle sue espressioni rituali orientali siano sopravvissuti fino all’arrivo dei Normanni.
Ma c’è, anche, un’altra considerazione che ci spinge a rafforzare l’attribuzione proposta dal noto studioso inglese: si tratta della profonda devozione mariana radicata nella baronia di Carini sin dal XIV secolo nonché la presenza capillare, in questo vasto territorio, di chiese e cappelle rurali che assicuravano alla comunità carinese una vasta rete di protezione sacrale.
filingeri-giovanni-_013Il testamento del carinese Giacomo Aparo, rogato dal notaio Filippo Carastono nel 1345, documenta la presenza di almeno cinque chiese, di cui due ignote alla storiografia locale, che sono S. Marie de Nova e Ecclesia Sancte Mariae de Carino (in quest’ultimo sito doveva essere seppellito il testatore). Il primo di questi luoghi di culto si trovava alla foce del torrente della Grazia, presso un importante crocevia e il porto di Carini (arco del Baglio); del secondo, invece, sappiamo ben poco anche dal punto di vista topografico. Tuttavia, l’appellativo de Carino è indizio che ci troviamo di fronte alla più importante chiesa del distretto; ciò trova, anche, conferma dalla menzione della rappresentanza ecclesiastica che amministrava la chiesa, imperniata sulle figure del cappellano, del presbitero (Venuto da Agrigento) e del chierico. L’istituzione dell’Arcipretura carinese è, inoltre, documentata da una delle sottoscrizioni della pergamena n. 285 del Tabulario di San Martino delle Scale, rogata il 20 dicembre 1362, I Indizione: arcipresbitero“Ego Presbiter Andreas dj Giracio Archipresbiter Terre Carinj testor”. Le altre chiese medievali menzionate nel testamento rogato dal notaio Carastono sono: S. Maria Maddalena (convento, periodo bizantino?), S. Nicola (citata in una pergamena del 1270), S. Lorenzo (1094, convento). Nel corso del secolo XV a queste chiese si aggiungono le altre: San Vito, San Giuliano, San Biagio (1417), Madonna del Roccazzello (Maria della Grazia), Madonna della Grazia (trappeto di Villagrazia), Maria SS. di Loreto, San Rocco, S. Caterina, San Giovanni, S. Maria Maggiore, S. Venera (1321). In questa lista bisogna pure inserire l’antica cappella di Maria SS. della Grazia annessa al trappeto cannamelarum di Villagrazia di Carini e la cappella nobile del castello di Carini, dedicata all’Annunziata, ricostruita negli anni 1561-62 sotto la baronia di Vincenzo La Grua II.
La successione del titolo di arcipretura carinese, secondo Rocco Pirri, erudito siciliano nato a Noto nel 1577, è la seguente: S. Giuliano, S. Vito, Assunta; mentre, il carinese Buffa Armetta rileva, più correttamente, che la chiesa di San Vito non fu la seconda Chiesa Parrocchiale, come vuole la tradizione paesana e R. Pirro, per la ragione che la chiesa dell’Assunzione nacque prima.
Sulla base delle risultanze archivistiche, siamo più propensi a dar credito all’ipotesi di un’originaria collocazione della chiesa parrocchiale dedicata a Sanctae Mariae de Carino, antesignana dell’odierna Matrice intitolata all’Assunta, in contrada San Nicola e del suo successivo trasferimento nella Terravecchia, un evento verificatosi entro il primo ventennio del XIII secolo, cioè quando l’abitato della piana è in decadenza a causa del suo coinvolgimento nella rivolta musulmana protrattasi ininterrottamente fino al 1247, anno in cui la brutale repressione federiciana mette definitivamente fine all’esistenza della comunità musulmana nell’Isola. L’imposizione fiscale in epoca angioina registra per

Castello di Carini da via Garita. foto primi Novecento
Castello di Carini da via Garita. foto primi Novecento

Carini il pagamento di 25 onze a fronte di un nucleo abitato di 125 fuochi, cioè di uno stock di popolazione stimabile in circa 450 persone. Nel 1283, dopo il Vespro, le fonti segnalano una forte contrazione fino a 75 fuochi (260 anime). In atto, tuttavia, non vi sono valide attestazioni archeologiche e storiche che possano dimostrare come l’insediamento urbano di contrada S. Nicola abbia seguito, nell’immediatezza, il fenomeno dell’incastellamento feudale avviato fin dalla prima metà del XII secolo (Idrīsī). Durante il regno di Carlo d’Angiò, il fortilizio di Carini è annoverato nella rete dei castelli demaniali della Sicilia ultra; mentre, nel registro di lettere (ACFUP) dell’anno 1316-17, indizione XV, 9 maggio, sono soltanto menzionati i casali di Alcamo e Carinj. In un altro documento del 1349 si ha, invece, il riferimento a terre et castri Careni.
Intorno alla fine del secolo XIV, sotto il governo feudale degli Abbate, avviene la delocalizzazione del maggior luogo di culto di Carini nel Piano dei Cardi, appellato in seguito pianu de la Maiori Ecclesia. Con molta probabilità, questo evento è legato all’esiguità dello spazio disponibile intorno alla primitiva struttura chiesastica che impediva l’auspicato ampliamento architettonico imposto dall’incremento demografico della popolazione carinese, già stabilmente insediata nel nuovo quartiere munito chiamato Mandra degli Giumenti, o altrimenti detto Terranova/Roccaczi. A seguito del trasferimento, l’antico sito parrocchiale viene riconsacrato a San Giuliano, creando fra gli eruditi l’opinione di essere stata innalzata quest’ultima a nuova chiesa parrocchiale.
In un manoscritto dell’Archivio storico diocesano di Mazara, riguardante gli atti della visita pastorale di mons. Antonio Lombardo alle chiese di Carini nel dicembre del 1578, vi è la riproduzione, nel foglio 238, di due immagini della Madonna: la prima, in tondo, posta all’apice come l’impronta di un sigillo, l’altra di più grande dimensione, forse disegnata a mano, è inserita in basso dopo la consueta premessa, 100_0004-bisricadendo sopra la scritta: La Ecclesia magiore [di Carini] sotto titulo della Assumptione de la gloriosissima Vergine Maria. In entrambe le immagini, la Vergine, coperta da un ingombrante manto e con il capo coronato, tiene nel braccio destro il bambino Gesù, anch’esso con il capo coronato e il viso rivolto alla Madre. La figura è sospesa sopra un alone di nubi.
Al termine di questo breve commento non rimane che soffermarci sull’affascinante ipotesi con alcune considerazioni e proposte.
In una continuità ideale, possiamo ipotizzare che l’antica basilica paleocristiana di Hyccara/Karines fosse già dedicata all’Assunta, una festa liturgica maggiore introdotta dall’Oriente a Roma nella seconda metà del secolo VII, e cardine della pietà popolare mariana nei secoli successivi. L’Assunta viene invocata come Mater misericordiae che pone sotto il Suo manto protettivo tutta la comunità cristiana di Carini. Certamente, la prevalenza e continuità devozionale del culto della Santa Vergine Maria nella storia religiosa carinese è tale da giustificare l’attributo che l’autore del manoscritto arabo le assegnava già nella prima metà del XI secolo. Ci sorprende il fatto che la pietà e la devozione verso la Madre di Dio non siano state ulteriormente testimoniate da fonti dirette normanne, così come risulta finora, e che l’unico riferimento ad oggi rinvenuto sia affidato ad un anonimo cronista seguace (forse) di altra religione. Invero, la notizia appare più credibile e rende un grande merito al curatore del manoscritto arabo perché ci ha fornito un ulteriore tassello della storia ultra millenaria di Hykkara/Karines/qariniś.
In una delicata fase storica mondiale in cui sparute fazioni ideologiche rivendicano una guerra detta impropriamente santa (sic?), riscoprire un segno, pur marginale di “tolleranza” religiosa verso la Vergine Maria già in epoca di occupazione musulmana, viene in nostro sostegno per ricostituire nel mondo ponti di pace e legami di fraterna solidarietà tra gli uomini di buona volontà da condividere quale dono universale di un Dio comune.
Infine, nell’intento di trovare nuovi spunti a supporto di quanto ipotizzato, vogliamo rivolgere un appello agli organi competenti affinché valutino la proposta di effettuare adeguate ricognizioni archeologiche e saggi nell’area limitrofa all’antico caseggiato di San Nicola al fine di individuare la basilica paleocristiana e la sede episcopale”.

Gianluca Serra e Giovanni Filingeri

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