I fichi sono tra i frutti più amati della Sicilia, consumati freschi, raccolti dall’albero appena maturi nelle varietà più amate, i bìfari o ficazzani, che fruttificano due volte, o quelli di prima mano, che ci regalano una abbondante produzione estiva. Ma cosa hanno a che fare i fichi con il

fegato? In linguistica, il metodo parole e cose (Wörter und Sachen) teorizzato in Germania agli inzia del Novecento da Meringer e Schuchardt, ci dice che uno stesso termine, la parola, può essere associato a cose diverse ed è il processo che è avvenuto con i fichi e il fegato. I Greci e poi i Romani, erano soliti ingrassare il fegato delle oche o dei maiali nutrendoli di fichi, per renderlo più morbido in cucina. In greco
il fegato animale ingrassato con fichi si definì con ἧπαρ συκωτόν, Epar Sukotòn, e in latino passò tale e quale con un calco linguistico: Iecùr Ficātum. Da qui la parola fichi venne utilizzata per designare un’altra cosa, il fegato, con ritrazione dell’accento.
Antonio Catalfio
