ESMO 2024: l’immunoterapia aumenta la sopravvivenza nei pazienti con melanoma, carcinoma mammario e cancro alla vescica

Ancora buone notizie arrivano dal congresso ESMO 2024 di Barcellona (13-17 settembre) in merito all’uso dell’immunoterapia nel trattamento di differenti tipi di tumori.

Nel corso del meeting di oncologia, sono stati presentati diversi studi internazionali che dimostrano come l’immunoterapia, consentendo al sistema immunitario di riconoscere e distruggere le cellule tumorali, possa migliorare la sopravvivenza globale nei pazienti affetti da melanoma avanzato, carcinoma mammario triplo-negativo in stadio precoce e cancro alla vescica muscolo-infiltrante.

L’immunoterapia

Dott.ssa Alessandra Curioni-Fontecedro

«Il messaggio principale di tutti questi studi è che l’immunoterapia continua a mantenere la sua promessa e la speranza di sopravvivenza a lungo termine per molti pazienti con diversi tipi di cancro», ha affermato la dott.ssa Alessandra Curioni-Fontecedro, Professoressa di Oncologia presso l’Università di Friburgo e Direttore di Oncologia presso l’Ospedale di Friburgo (Svizzera). «All’ESMO 2024 – ha proseguito – stiamo assistendo a molti studi su molti diversi tumori che dimostrano che l’immunoterapia può funzionare a lungo».

I ricercatori che hanno condotto sul melanoma lo studio di follow-up più lungo fino ad oggi suggeriscono che l’immunoterapia può offrire il potenziale per la cura nei pazienti che rispondono a questo trattamento.

Infatti, i risultati dello studio di fase 3 (CheckMate 067), condotto su 945 pazienti con melanoma in stadio avanzato, hanno mostrato un beneficio, in termini di sopravvivenza a lungo termine, derivante dal trattamento con immunoterapia.

Dopo un follow-up di almeno 10 anni, la sopravvivenza globale mediana è stata di 71,9 mesi (circa 6 anni) nei pazienti sottoposti ad un trattamento che prevedeva la combinazione di due immunoterapici (nivolumab + ipilimumab).

Pochissimi pazienti che mostravano una buona risposta iniziale all’immunoterapia, senza progressione di malattia per almeno 3 anni, erano deceduti di melanoma dopo 10 anni.

La sopravvivenza al melanoma

Prof. Marco Donia

È stato osservato un tasso di sopravvivenza melanoma-specifico, a 10 anni dalla malattia, pari al 96%. «Per i pazienti che non mostrano progressione della malattia oltre i tre anni, questi risultati a lungo termine dimostrano che la maggior parte di loro non progredisce mai. La sopravvivenza specifica per melanoma è molto alta in questo gruppo di pazienti», ha affermato il dott. Marco Donia, Professore Associato di Oncologia Clinica presso il National Center for Cancer Immune Therapy of Denmark, Copenhagen University Hospital Herlev (Danimarca).

Il Prof. Donia ha anche sottolineato che il beneficio di sopravvivenza a lungo termine con l’immunoterapia si riscontra anche nella pratica clinica di routine, al di fuori degli studi clinici.

«L’immunoterapia – ha proseguito il ricercatore di origini catanesi – ha trasformato il melanoma in stadio avanzato da qualcosa che in precedenza era una malattia mortale con una sopravvivenza media inferiore ad un anno a ciò che vediamo oggi, con metà dei pazienti che sopravvive per molti anni». Ciò naturalmente solleva questioni pratiche su come seguire al meglio questi pazienti, inclusa la necessità di effettuare controlli a lungo termine.

Immunoterapia più chemioterapia.

Prof. Marco Donia -conferenza stampa ESMO

Risultati molto promettenti giungono anche dallo studio internazionale di fase 3 (KEYNOTE-522), che ha valutato l’efficacia dell’immunoterapia (pembrolizumab) in 1.174 donne affette da un particolare sottotipo molecolare di carcinoma mammario, chiamato triplo-negativo.

In generale, i carcinomi mammari tripli-negativi sono particolarmente difficili da trattare, in quanto sono caratterizzati dall’assenza di espressione dei recettori per gli estrogeni, per il progesterone e di HER2, quindi non rispondono alle terapie biologiche comunemente utilizzate per il cancro al seno.

I risultati dello studio hanno mostrato un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo nella sopravvivenza globale, in seguito al trattamento con immunoterapia più chemioterapia prima dell’intervento chirurgico seguito da immunoterapia dopo la chirurgia.

Il tasso di sopravvivenza globale a cinque anni è stato dell’86,6% nelle pazienti sottoposte ad immunoterapia (pembrolizumab+chemioterapia – chirurgia – pembrolizumab) e dell’81,2% nel gruppo di pazienti trattate con placebo (placebo+chemioterapia – chirurgia – placebo).

«Questo studio – ha affermato la Prof.ssa Curioni-Fontecedromostra miglioramenti con l’immunoterapia nei pazienti con il sottotipo più aggressivo di cancro al seno, dove in precedenza potevamo offrire solo la chemioterapia. Avevamo pensato che il cancro al seno potesse non essere sensibile alla sola immunoterapia, ma somministrarla in combinazione con la chemioterapia prima dell’intervento chirurgico e, poi, ulteriormente, in seguito, migliora la sopravvivenza globale in molti pazienti. La scoperta suggerisce la possibilità che la combinazione di trattamenti possa portare ad una sensibilizzazione del carcinoma mammario triplo-negativo all’immunoterapia».

Il carcinoma alla vescica

Un miglioramento simile nella sopravvivenza globale, in seguito alla somministrazione di immunoterapia (durvalumab) prima dell’intervento chirurgico, è stato osservato anche in uno studio di fase 3 (NIAGARA), effettuato su 1.063 pazienti con cancro alla vescica muscolo-invasivo.

Il carcinoma della vescica muscolo-invasivo è un cancro che può estendersi localmente fino ad invadere gli strati muscolari e l’intera parete vescicale. Si tratta di uno stadio più serio e più avanzato di cancro alla vescica, uno tra i più aggressivi, che prevede come trattamento standard l’uso della chemioterapia prima della chirurgia, seguita dalla cistectomia radicale, cioè un intervento chirurgico di tipo demolitivo.

Il 50% dei pazienti va incontro generalmente a recidiva (ricomparsa della malattia). La cistectomia radicale comporta l’asportazione della vescica, della prostata, delle vescichette seminali, dell’uretere distale e dei linfonodi pelvici. Circa la metà dei pazienti reclutati nello studio NIAGARA è stata sottoposta ad immunoterapia con durvalumab più chemioterapia, prima della cistectomia radicale, e successivamente ad immunoterapia post-chirurgia. L’altra metà dei pazienti, invece, è stata trattata con sola chemioterapia prima dell’intervento chirurgico (cistectomia radicale).

La risposta dei pazienti trattati con immunoterapia

I pazienti trattati con immunoterapia (durvalumab) hanno mostrato una sopravvivenza globale significativamente più lunga rispetto a quelli sottoposti a sola chemioterapia, con un profilo di tossicità tollerabile. Il trattamento con durvalumab prima e dopo l’intervento chirurgico ha ridotto del 32% il rischio di recidiva e del 25% il rischio di morte.

I ricercatori hanno, inoltre, osservato che la somministrazione dell’immunoterapia prima dell’intervento chirurgico non compromette la capacità di effettuare la cistectomia radicale, che è stata eseguita nell’88% dei pazienti sottoposti ad immunoterapia. I risultati dello studio NIAGARA, presentati durante il Simposio Presidenziale dell’ESMO 2024, sono stati contemporaneamente pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale The New England Journal of Medicine.

Conferenza stampa AIOM – Boldrini e Di Maio

«Il trattamento standard, per circa 20 anni, è stato costituito dalla chemioterapia seguita dalla chirurgia, ma la metà dei pazienti va incontro a recidiva o progressione di malattia, per cui resta un bisogno clinico ancora insoddisfatto», ha sottolineato il Prof. Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica).

Di Maio ha inoltre precisato che «nella gestione della malattia e per garantire il miglior percorso terapeutico, è fondamentale il team multidisciplinare, che deve comprendere, tra gli altri, il radiologo, il chirurgo, l’oncologo, l’urologo e l’anatomo-patologo». «L’obiettivo è cercare di evitare di arrivare alla chirurgia demolitiva», ha concluso Di Maio.

Lo studio NIAGARA

«Lo studio NIAGARA dimostra che l’aggiunta dell’immunoterapia con durvalumab, prima e dopo la chirurgia, può rappresentare una strategia innovativa, in grado di cambiare la pratica clinica per i pazienti con tumore uroteliale della vescica infiltrante operabile», ha affermato, durante la conferenza stampa AIOM, il Prof. Lorenzo Antonuzzo, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica (Università di Firenze).

Lorenzo Antonuzzo – Conferenza stampa AIOM

«Mancano ancora fattori predittivi di risposta al trattamento ovvero alterazioni molecolari che predicano se un paziente risponderà o meno alla terapia», ha sottolineato Lorenzo Antonuzzo.

Il tumore della vescica è uno dei più frequenti: nel 2023, in Italia, sono stati rilevati 29.700 nuovi casi. È una neoplasia subdola, perché nelle fasi iniziali può essere del tutto asintomatica. I primi segnali d’allarme sono sintomi urinari, ad esempio difficoltà ad urinare, minzioni frequenti e la presenza di ematuria, cioè sangue nelle urine.

Il principale fattore di rischio è il fumo di sigaretta, a cui si aggiunge l’esposizione professionale a determinate sostanze cancerogene, come ammine aromatiche e nitrosamine. Pertanto, dovrebbero essere promosse più campagne antifumo, al fine di mettere in atto strategie di prevenzione contro il tumore della vescica, sfatando l’idea comune che il fumo possa essere associato solo all’insorgenza del tumore al polmone.

Abbiamo tante cose ancora da comprendere

«Abbiamo ancora alcune domande importanti senza risposta – ha dichiarato la Prof.ssa Curioni-FontecedroLa prima è capire perché i tumori si ripresentano in alcuni pazienti, nonostante la risposta iniziale all’immunoterapia. Non capiamo ancora come la resistenza all’immunoterapia possa verificarsi in alcuni pazienti. Dobbiamo comprendere cosa succede in questi pazienti, quali siano i meccanismi di resistenza e come riuscire a superarli».

Daniele Fanale

 

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