Da qualche giorno è possibile acquistare su Amazon “Al di là del cancello grigio – Una nuova vita”, il primo romanzo di Vincenzo Bruno, psicologo clinico di 47 anni, nato e cresciuto ad Isola delle Femmine.
In questa opera narrativa, Bruno affronta uno dei temi più delicati e spesso taciuti della nostra società: il momento in cui una casa, quella che ha custodito una vita intera, deve essere abbandonata per sempre.
È ciò che accade ad Anna, protagonista di una storia che si svolge nell’arco di poche ore, ma che attraversa decenni di emozioni, legami e ferite mai del tutto rimarginate.
Il libro segue il trasferimento di Anna in una comunità per anziani, scelta inevitabile per i figli Maria e Antonio, ma vissuta dalla donna come una frattura profonda. Attorno a questo passaggio si muove un intreccio familiare fatto di ritorni, silenzi, sensi di colpa e un dolore che chiede finalmente di essere considerato.
Il romanzo si apre come un addio e si chiude come un inizio. Perché, come suggerisce il titolo, oltre quel cancello grigio non c’è solo una struttura, ma una possibilità di rinascita.
“Al di là del cancello grigio – Una nuova vita” è un libro che parla con delicatezza e precisione di un tema spesso evitato: l’invecchiamento, la cura, la responsabilità dei figli, la paura di perdere tutto. Ma lo fa senza retorica, scegliendo la via della verità emotiva. Il pranzo in un ristorante intriso di memoria, il viaggio verso la comunità, le confessioni che emergono dopo anni di silenzi: ogni scena è costruita per mostrare che la famiglia non è un luogo perfetto, ma un posto vivo e in continua evoluzione. E proprio per questo, quando Anna varca quel cancello, non è sola. E nemmeno i suoi figli lo sono più.
Abbiamo incontrato l’autore, Vincenzo Bruno, per approfondire la genesi del libro, le sue scelte narrative e il messaggio che desidera consegnare ai lettori.
Da dove nasce l’idea di questo libro e l’esigenza di pubblicarlo?
«Nasce dall’osservazione di una realtà che, al giorno d’oggi, riguarda moltissime famiglie. Il trasferimento in una comunità per anziani è spesso raccontato dai familiari come una scelta necessaria, di tipo organizzativo. In realtà, è un terremoto emotivo. Mi interessava esplorare, dal punto di vista introspettivo, quel momento preciso in cui una persona chiude la porta di casa, sapendo che non tornerà più a viverci. È un passaggio che racchiude paura, ma spesso anche possibilità».

In che misura esperienza professionale e invenzione narrativa hanno alimentato la costruzione del suo romanzo, contribuendo alla definizione dei personaggi e delle dinamiche centrali?
«La mia esperienza professionale ha influenzato profondamente la costruzione del racconto. Il mio lavoro mi ha permesso di entrare in contatto diretto con storie, fragilità, dinamiche intrafamiliari e momenti di passaggio che spesso restano nascosti agli occhi degli altri. Dall’altra parte, l’invenzione narrativa ha svolto un ruolo altrettanto importante: i personaggi della storia non sono persone reali, ma sono stati costruiti partendo dall’osservazione degli altri e da un processo creativo, oltre che emotivo e soggettivo. Ho cercato di renderli credibili nelle loro paure, nei loro dolori e soprattutto nelle loro contraddizioni».
Anna è una donna che non vuole essere definita dalla sua età. Ha conosciuto, nel corso della sua esperienza lavorativa, tante donne come Anna?
«Sì, le ho conosciute. Non necessariamente simili per quanto concerne la storia personale e familiare, ma affini nelle emozioni, nel dolore e nei conflitti che vivevano: la paura della solitudine e il senso di appartenenza alla propria casa. Anna nasce dall’incontro di tante donne che ho conosciuto e ascoltato nel corso degli anni».
Anche i figli di Anna, Maria e Antonio, hanno un ruolo centrale nel romanzo, incarnando due modi opposti di affrontare il dolore. La scelta di affidare il proprio genitore ad una comunità per anziani sottende sempre un senso di colpa da parte dei familiari oppure spesso rappresenta una soluzione di comodo?
«La storia dei figli della protagonista è altrettanto importante e individua bene due elementi che convivono: da una parte, il senso di colpa, inevitabile, perché nessun figlio vorrebbe mai sentirsi responsabile di un cambiamento così importante nella vita di un genitore; dall’altra, invece, la necessità e la consapevolezza dei propri limiti, quando ci si rende conto di non riuscire a garantire tutto il supporto necessario a chi si vuole bene».
Il titolo è molto evocativo. Cosa rappresenta quel cancello grigio?
«Il cancello grigio, rappresenta per i personaggi della storia, una soglia, un confine tra due fasi della vita, un prima e un dopo. Tra ciò che si conosce e l’ignoto, tra la paura e una nuova possibilità. Per me, invece, raffigura tutto il mondo e il vissuto interiore dell’essere umano, un cancello che tiene chiuso il nostro mondo interiore. Oltrepassarlo significa scoprirsi».
Quale messaggio spera che arrivi al lettore?
«Spero che il lettore comprenda che dentro ogni scelta difficile esiste una storia che merita di essere ascoltata, ma soprattutto che non dobbiamo avere paura delle nostre fragilità. Mi piacerebbe che il lettore chiudesse il libro ponendosi una domanda: quanto tempo dedichiamo davvero alla persona che amiamo? Pensiamo sempre che ci sarà un domani, ma i legami vanno vissuti oggi. Il racconto parla di dolore, ma anche della possibilità di ritrovarsi di nuovo».
Ha altri progetti in cantiere?
«Sì, ci sono alcuni progetti. Mi piace raccontare le persone, le relazioni e quei momenti della vita che spesso passano inosservati. Idee, osservazioni, che spero possano un giorno trasformarsi in nuove storie da pubblicare».
Vincenzo Bruno, sposato con Patrizia e padre di due ragazzi, è uno psicologo clinico specializzato nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica, con una lunga esperienza nel campo della neuropsicologia. Per molti anni, ha operato nell’ambito della diagnosi e della valutazione delle demenze, contribuendo alla presa in carico di pazienti con disturbi cognitivi e neurodegenerativi. Attualmente lavora presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Daniele Fanale
