Quando uno sguardo può costare la vita

Siamo ormai abituati a vivere nel sentimento della paura. Sempre più spesso abbiamo la sensazione che qualsiasi gesto possa essere interpretato come un’offesa da qualcuno. Eppure, nonostante il progresso tecnologico e sociale, la nostra società sembra aver subito un regresso profondo.

Almeno qui in Italia, troppo spesso si ha l’impressione di andare indietro invece che avanti.

Viene da chiedersi come sia possibile arrivare al punto di sentirsi limitati nella propria libertà solo perché qualcuno, forte del proprio ego e della convinzione di essere superiore agli altri, pretende di stabilire cosa sia giusto o sbagliato fare. Si finisce così per condizionare il prossimo, spingendolo a rinunciare alle proprie scelte per paura delle conseguenze.

È vero, non si dovrebbe vivere in funzione del giudizio degli altri. Ma è altrettanto vero che oggi sembra diventato impossibile fare qualsiasi cosa senza il timore di incontrare il “gradasso” di turno, pronto a sentirsi offeso per un nonnulla e a reagire con violenza solo perché, a suo dire, gli è stato mancato di rispetto.

Perché tante cose sbagliate sono diventate la normalità? Come cantava Fabio Rovazzi in “Faccio quello che voglio”: “Tutto quello che è vietato ci piace.” Una provocazione che, in molti casi, sembra descrivere perfettamente la realtà.

Intanto il muro dell’omertà continua ad alzarsi, impedendo che venga fatta giustizia. È troppo facile voltarsi dall’altra parte, restare indifferenti e, a volte, trasformare i veri responsabili in vittime, lasciando invece sole le persone che hanno davvero subito un torto.

Non importa da quale città provieni, da quale quartiere arrivi o se sei una brava persona. Sembra essere diventata una continua gara di possesso: si pensa di possedere una donna, un gruppo di amici, un territorio, perfino il rispetto degli altri. In realtà, così facendo, si mostra soltanto la parte peggiore di sé: quella di chi vive senza scrupoli e senza rispetto.

Per quanto possa infastidire uno sguardo o una parola, nulla autorizza a reagire con la violenza. Eppure, i pugni, i calci e il classico “Ma che guardi?” continuano a essere atteggiamenti diffusi, pronunciati da chi si sente forte solo perché intimorisce gli altri. Ma quella non è forza: è debolezza mascherata da arroganza.

Ognuno è libero di fare le proprie scelte, ma dovrebbe esserlo anche di assumersene la responsabilità. Perché le conseguenze, spesso, sono molto più grandi di quanto si immagini. Il problema è che troppe persone si sentono intoccabili. Pensano che non accadrà mai nulla, che nessuno potrà fermarle o dirgli cosa fare. Ed è proprio questa mentalità che impedisce alle cose di cambiare.

Così accade che un’intera città finisca per essere etichettata a causa di una minoranza, mentre chi vive onestamente è costretto a giustificarsi dicendo che “non siamo tutti così”. E quando arrivano i controlli, spesso sono insufficienti, perché continua a prevalere l’idea che il proprio modo di agire sia sempre quello giusto, anche quando è evidente il contrario.

Poi ci chiediamo perché sempre più persone abbiano paura di uscire, preferiscano restare in casa o rifugiarsi dietro uno schermo, sui social. La risposta, forse, è davanti ai nostri occhi.

Quando ci renderemo conto della gravità di tutto questo potrebbe essere troppo tardi. Perché, quando una situazione diventa irreversibile, tornare indietro è estremamente difficile.

Dovremmo iniziare a chiederci se certi comportamenti siano davvero normali, senza cercare giustificazioni o fare paragoni con il passato. La libertà è una delle conquiste più importanti che abbiamo, ma libertà non significa fare ciò che si vuole senza rispettare gli altri. Significa convivere nel rispetto reciproco.

Essere schiavi del proprio ego porta soltanto a provocare danni enormi. E quella frase che ci veniva ripetuta da piccoli — “Pensaci due volte prima di fare una cosa” — sembra essersi persa per strada.

Forse queste sembrano soltanto parole destinate a essere dimenticate. Ma se continuiamo a non parlarne, continueremo a indignarci sui social, a commentare tragedie su Facebook e Instagram, a scrivere che “bisogna cambiare”, salvo poi dimenticare tutto il giorno dopo.

Provate, invece, a spiegare a un padre o a una madre che hanno perso un figlio per una banale lite, per uno sguardo o per una frase di troppo, che si è trattato soltanto di un momento di rabbia.

Perché il dolore degli altri ci colpisce solo quando diventa cronaca. Ma nessuno potrà mai restituire ciò che è stato tolto.
Qui non si tratta di giudicare le persone, ma di riconoscere che alcuni comportamenti non possono più essere considerati normali.

Se vogliamo costruire una società migliore, dobbiamo ripartire dall’educazione al rispetto: insegnare che nessuno è un possesso, che la collettività merita tutela e che la forza non consiste nell’imporsi sugli altri, ma nel saper controllare sé stessi.

L’intelligenza, come esseri umani, ce l’abbiamo. Il vero problema è che troppo spesso scegliamo di non usarla.

By Cristian Miranda

Poco più che ventenne, faccio l'addetto stampa presso una società sportiva e mi occupo anche di scrivere sul calcio, che considero una delle mie passioni oltre la lettura. Quotidianamente scrivo per esprimere le mie opinioni e mi informo sempre su ciò che succede nel mondo per rimanere aggiornato, ho molta curiosità e cerco di sfruttarla al massimo, ogni tanto mi occupo anche di fare qualche attività nel sociale, per aiutare il prossimo.

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