Tra le tante sfide che l’essere umano si trova ad affrontare nella propria vita, ce n’è una decisamente meno dolorosa, ma capace di generare discussioni infinite: la lunga, interminabile e talvolta quasi ideologica diatriba tra i sostenitori della lingua originale e coloro che, invece, preferiscono guardare un film o una serie TV doppiata.
Da una parte c’è chi sostiene che il film debba essere visto rigorosamente nella lingua in cui è stato concepito. Dall’altra c’è chi preferisce affidarsi al doppiaggio, perché vuole immergersi completamente nella storia senza dover dividere continuamente la propria attenzione tra immagini, dialoghi e sottotitoli. E, in mezzo, ci siamo noi spettatori.
Perché forse, prima ancora di stabilire quale sia il modo “giusto” di guardare un film, dovremmo ricordarci di una cosa molto semplice: guardare un film dovrebbe essere innanzitutto un piacere, non un esame da superare.
La lingua originale e il fascino della voce dell’attore
Partiamo da un dato incontestabile: guardare un film nella sua lingua originale ha dei vantaggi.
Sentire la vera voce dell’attore permette di cogliere sfumature che inevitabilmente appartengono alla sua interpretazione. Il timbro, la respirazione, le pause, l’accento, la cadenza, il modo in cui pronuncia una determinata parola: sono tutti elementi che fanno parte della recitazione.
Un attore non recita soltanto attraverso il volto e il corpo. Recita anche attraverso la voce e questo è un aspetto che nessuno dovrebbe negare.
Il problema nasce quando da questa semplice considerazione si passa automaticamente alla conclusione che tutto ciò che viene doppiato sia necessariamente peggiore.
Perché non è così semplice. Il doppiaggio non consiste nel prendere una voce a caso e sovrapporla a quella dell’attore. Dietro una voce che sentiamo al cinema, in televisione o su una piattaforma streaming esiste un lavoro fatto di adattamento, interpretazione, direzione, sincronizzazione e studio.
Esiste un’altra forma di recitazione e soprattutto esistono professionisti. Il doppiatore non è una voce “messa sopra”
Negli ultimi anni sembra quasi che il doppiaggio sia diventato il bersaglio ideale di una certa forma di superiorità culturale.
“Ah, ma devi sentirlo in originale.” “Ah, ma così senti la vera voce.” “Ah, ma il doppiaggio cambia tutto.” “Ah, ma vuoi mettere la recitazione originale?”
Frasi che, ripetute continuamente, finiscono per trasformare una semplice preferenza personale in una sorta di regola universale.
Come se scegliere il doppiaggio significasse non capire il cinema. Come se chi guarda un film doppiato fosse uno spettatore meno attento, meno competente o meno appassionato.
E qui, francamente, qualcosa non torna. Perché dietro una sala di doppiaggio non ci sono algoritmi. Non ci sono macchine che sostituiscono automaticamente una voce. Ci sono persone.
Ci sono doppiatori che hanno studiato, si sono formati, hanno lavorato per anni per affinare la propria interpretazione. Ci sono direttori del doppiaggio, adattatori, dialoghisti, tecnici e professionisti che contribuiscono alla realizzazione di un prodotto che milioni di persone ascolteranno. E sono lavoratori.
Padri di famiglia, madri, ragazzi e ragazze che hanno scelto un mestiere e che, come chiunque altro, cercano di portare avanti la propria vita attraverso il proprio lavoro. Ridurre tutto questo a “non è la voce originale” significa ignorare completamente il valore di ciò che avviene dall’altra parte del microfono.
E poi c’è una domanda: davvero vedere un film in originale significa automaticamente comprenderlo meglio?
Qui arriviamo a un altro punto interessante. Sembra quasi che guardare un film in lingua originale renda automaticamente più consapevoli di ogni sua sfumatura. Ma se non conosci quella lingua?
Se guardi un film svedese, norvegese, coreano, giapponese o francese senza conoscere realmente quella lingua, quanto riesci a percepire delle sue sfumature linguistiche? Puoi certamente ascoltare il suono della lingua. Puoi percepirne il ritmo. Puoi apprezzarne la musicalità. Puoi intuire che un personaggio abbia un particolare accento.
Ma non diventi automaticamente madrelingua svedese perché hai guardato tre stagioni di una serie svedese. E soprattutto, se hai bisogno dei sottotitoli per comprendere ciò che viene detto, stai comunque affidando una parte della tua esperienza a una traduzione.
Quindi la domanda diventa: perché il doppiaggio viene considerato una “distorsione” mentre il sottotitolo viene spesso considerato quasi una forma superiore di fruizione? Entrambi sono adattamenti. La differenza è che nel primo caso ascolti un’altra interpretazione vocale, mentre nel secondo devi continuamente leggere ciò che appare sullo schermo.
Il grande assente della discussione: l’immagine.
Ed è proprio qui che, secondo me, si apre una questione che spesso viene completamente trascurata. Il cinema non è soltanto dialogo. È immagine. È fotografia. È montaggio. È scenografia. È recitazione. È musica. È silenzio. È atmosfera. È il modo in cui un regista decide di illuminare una stanza. È un dettaglio sullo sfondo. È lo sguardo di un personaggio che dura mezzo secondo. È una porta che si chiude. È un oggetto lasciato su un tavolo. È il modo in cui una macchina da presa si muove. È tutto ciò che accade mentre noi stiamo guardando. E quando siamo costantemente concentrati sulla parte inferiore dello schermo per leggere, inevitabilmente una parte della nostra attenzione viene sottratta all’immagine.
Non significa che i sottotitoli rovinino necessariamente un film. Significa semplicemente che sono un compromesso, come lo è qualsiasi altra modalità di fruizione. E allora perché il compromesso del doppiaggio dovrebbe essere considerato culturalmente inferiore?
“Ma senti la vera voce dell’attore!” Sì. Ed è bellissimo.
Ma non dovrebbe diventare un argomento per denigrare chi sceglie diversamente. Perché un film doppiato non cancella il lavoro dell’attore originale. Lo traduce attraverso un’altra interpretazione.
E, soprattutto, permette a milioni di persone di vivere quella storia nella propria lingua. E qui arriviamo a qualcosa di molto più profondo della semplice preferenza tecnica. La lingua con cui cresciamo è legata alle nostre emozioni. Una parola non è soltanto una parola.
È il modo in cui l’abbiamo ascoltata per tutta la vita. È il modo in cui ci è stata detta dai nostri genitori. È il modo in cui l’abbiamo pronunciata per la prima volta. È il modo in cui abbiamo imparato a dire “ti voglio bene”, “mi manchi”, “scusami”, “resta con me”.
E allora sì, permettetemi di porre una domanda apparentemente banale: Un “ti amo” pronunciato nella propria lingua non può emozionare più di un “I love you”? Certo che può.
Non perché l’inglese sia meno bello. Non perché l’italiano sia necessariamente superiore. Ma perché è la nostra lingua. È quella con cui abbiamo costruito una parte della nostra identità emotiva. E questo non può essere liquidato come provincialismo o nostalgia.
Il doppiaggio italiano e una tradizione che merita rispetto.
L’Italia, inoltre, ha una lunga tradizione nel settore del doppiaggio. Per generazioni, interi pubblici hanno conosciuto personaggi, attori e film attraverso voci italiane diventate esse stesse parte dell’immaginario collettivo.
Ci sono voci che, per molte persone, sono indissolubilmente legate a determinati personaggi. E questo non significa che quelle voci abbiano “sostituito” l’attore originale in senso assoluto. Significa che, nella nostra cultura cinematografica, sono diventate una parte dell’esperienza attraverso cui abbiamo conosciuto quelle opere. È una forma di interpretazione. E come ogni interpretazione può piacere o non piacere.
Ma merita di essere riconosciuta per quello che è: un lavoro artistico e professionale.
E poi esiste un’altra realtà: non tutti possono leggere i sottotitoli. Questa discussione, inoltre, tende spesso a dimenticare una cosa fondamentale: gli spettatori non sono tutti uguali. C’è chi ama leggere i sottotitoli. C’è chi li trova fastidiosi. C’è chi conosce perfettamente la lingua originale. C’è chi non la conosce affatto. C’è chi vuole ascoltare la voce originale. C’è chi preferisce concentrarsi esclusivamente sulle immagini.
E ci sono persone che, per determinate esigenze visive, possono avere difficoltà a seguire continuamente del testo sullo schermo.
Perché una modalità di fruizione dovrebbe essere imposta come moralmente o culturalmente superiore alle altre? Perché una persona dovrebbe sentirsi in difetto perché preferisce ascoltare un film nella propria lingua? Il cinema dovrebbe ampliare l’accessibilità, non restringerla.
La cosa più importante: scegliere
Fortunatamente, oggi abbiamo una possibilità che qualche decennio fa sarebbe sembrata quasi impensabile. Possiamo scegliere. Le piattaforme di streaming ci permettono spesso di cambiare lingua e sottotitoli. Possiamo vedere un film doppiato. Possiamo guardarlo in originale. Possiamo utilizzare i sottotitoli. Possiamo persino riguardarlo più volte in modi differenti. E questa, forse, è la vera conquista.
Non dobbiamo eliminare una possibilità per celebrare l’altra. Non dobbiamo trasformare il cinema in una guerra tra “puristi” della lingua originale e sostenitori del doppiaggio. Possiamo semplicemente riconoscere che esistono esperienze differenti. Il problema non è cosa scegli.
È quando pensi che tutti debbano scegliere come te
Ed è questo, alla fine, il punto. Se una persona vuole guardare tutto in lingua originale, benissimo. Se vuole farlo senza sottotitoli, ancora meglio per lei. Se un’altra persona preferisce il doppiaggio, non c’è nulla di cui vergognarsi. Se qualcuno ama ascoltare la voce originale perché vuole studiare una lingua, è una scelta legittima. Se qualcun altro vuole semplicemente sedersi sul divano, spegnere il cervello per due ore e godersi una storia nella propria lingua, è altrettanto legittimo.
Non esiste una patente di cinefilo rilasciata in base alla lingua selezionata nel menu di Netflix. E forse dovremmo smettere di trasformare ogni preferenza personale in una battaglia culturale. Perché non c’è niente di più curioso di una persona che guarda un film per emozionarsi e finisce per giudicare qualcun altro per il modo in cui si emoziona.
Il cinema non dovrebbe avere un’unica lingua
Alla fine, la vera ricchezza del cinema sta proprio nella possibilità di attraversare lingue, culture e sensibilità diverse. La lingua originale ci permette di entrare nel mondo dell’attore. Il doppiaggio ci permette di entrare nel mondo del personaggio attraverso la nostra lingua. I sottotitoli ci permettono di mantenere la voce originale e contemporaneamente comprendere ciò che viene detto.
Sono strumenti diversi. Non necessariamente nemici.
E forse il vero errore è pensare che per amare il cinema dobbiamo per forza amare un solo modo di guardarlo. Continueremo a difendere il doppiaggio non perché ritenga che la lingua italiana debba essere imposta a tutti, e nemmeno per una questione di patriottismo. Lo difendiamo perché dietro quella voce ci sono persone. Ci sono professionisti. Ci sono anni di studio. Ci sono interpretazioni che hanno accompagnato intere generazioni.
E perché credo che anche la nostra lingua abbia il diritto di vivere dentro il cinema senza essere considerata automaticamente una versione impoverita dell’originale. Perché a volte una voce italiana può emozionarci proprio perché è la voce con cui abbiamo imparato a emozionarci.
E forse non c’è nulla di sbagliato nel voler sentire qualcuno dire “ti amo”, invece di “I love you”.
Non perché una lingua valga più dell’altra. Ma perché, qualche volta, una parola nella nostra lingua arriva semplicemente più lontano.
E allora guardate i film come volete. In originale. Doppiati. Con i sottotitoli. Senza sottotitoli. Guardateli in tutte le lingue che conoscete.
Ma, per favore, lasciate agli altri la libertà di emozionarsi nella propria.
Perché il cinema è già abbastanza grande da contenere tutte queste possibilità.
E non abbiamo bisogno di trasformare una scelta personale in un pensiero unico.
