Caro Direttore,

qualche giorno fa ho letto l’articolo pubblicato dal tuo magazine del luglio 2013 dal titolo “Quando dietro una sentenza deve esserci la certezza dei fatti”. Non ti nascondo e non nascondo ai lettori di essere rimasto sorpreso da questo pezzo a firma dell’avvocatessa di tale sig. Pipitone Angelo Antonino, come da lei definito, notoriamente appartenente al clan Pipitone di Carini, famiglia mafiosa fedelissima al boss Lo Piccolo, capo mandamento di San Lorenzo.

Un articolo arricchito da parole autoreferenziali che ad arte hanno lo scopo, poco edificabile, di esaltare la figura del suo assistito.

Questo “tale”, come lo definisce l’avvocatessa, è stato sottoposto al regime di detenzione speciale 416 bis e ricordo che per incastrare i mafiosi non si usano soltanto i pentiti, ma soprattutto le attività di Polizia Giudiziaria; ma nell’articolo questo particolare non viene menzionato. Anzi, ci informa l’avvocatessa che il “tale” Pipitone Angelo Antonino, verrà scarcerato a fine agosto di quest’anno per avere chiuso definitivamente i conti con la giustizia. Una bella notizia!

La cosa più raccapricciante e delirante del pezzo è l’avere scomodato e tirato per la giacca il povero Enzo Tortora per associarlo ad un mafioso conclamato e usare a proprio uso e consumo l’assurda sentenza che infligge 3 mesi di reclusione al ghanese che ha ucciso tre persone.

I cavilli processuali dell’avvocatessa avranno retto al giudizio del processo citato nell’articolo, ma dovremmo leggere anche le motivazioni della sentenza. Non sono i cavilli che fanno cambiare la storia di un uomo, come quella di questo “tale” Pipitone Angelo Antonino che ha fatto parte dei vertici mafiosi restando fedele ai capi incontrastati.

Complimenti avvocato per quest’articolo inviato a “Il Vespro”, un magazine locale letto da tanti cittadini di Carini e dintorni. Spero non riesca nel suo intento di fare si che non appena il “tale” Pipitone Angelo Antonino sarà scarcerato, venga accolto a braccia aperte dalla comunità locale.

Carini, Torretta… ogni agglomerato umano, alla luce della nostra fede e del nostro senso civico, devono prendere le distanze ed isolare il mafioso conclamato e la cultura mafiosa, così come ci è stato insegnato da coloro che hanno dato la vita nella lotta contro la mafia.

I componenti dei clan mafiosi vivono nel delirio di onnipotenza, un delirio che li porta a sentirsi padroni della vita e della morte del prossimo e di calpestare ogni giorno la dignità degli altri.

Qualcuno provi a non condividere le loro scelte, anche un solo onesto cittadino che vuole fare rispettare i propri diritti.

La storia di Padre Puglisi e dei cittadini del Comitato Intercondominiale di Brancaccio, in tal senso, è emblematica.

I mafiosi devono sentirsi umiliati per il male arrecato, raccontino i gravi atti criminali di cui sono responsabili insieme ai loro soldati.

Se davvero a fine agosto il “tale” Pipitone Angelo Antonino verrà scarcerato e qualcuno vorrà rendergli omaggio, tutto ciò sarà un ulteriore sfregio alla nostra terra.

La comunità carinese vuole davvero voltare pagina? Vogliamo concretamente dire NO alla MAFIA e alle infiltrazioni mafiose nella politica, nella burocrazia degli enti locali e nell’imprenditoria? Vogliamo impedire che la mafia sia partecipe di organismi e manifestazioni religiose?

A noi l’ardua sentenza!

Pino Martinez

By Ambrogio Conigliaro

Giornalista pubblicista, guida AIGAE ed esperto di educazione ambientale, nel 2005 fondo Il Vespro dopo aver collaborato per anni con Carini Oggi. Lavoro per Legambiente nella Riserva Naturale Grotta di Carburangeli.

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