100 anni dalla “Marcia su Roma”: il “colpo di stato” che segnò l’avvento del regime fascista

Il 28 ottobre 2022 ricorre un triste anniversario per l’Italia, ossia il centenario della Marcia su Roma, un evento che rappresentò l’inizio della dittatura fascista, avvenuta con l’insediamento del governo presieduto da Benito Mussolini.

Ad un secolo di distanza, è giusto ripercorrere le tappe più salienti di questa drammatica vicenda, affinché possa servire da monito alle nuove generazioni, per scongiurare che la storia possa nuovamente ripetersi.

In tale prospettiva, va interpretata la menzione che la Senatrice Liliana Segre ha fatto dell’avvenimento, lo scorso 13 ottobre, durante il suo accorato discorso di apertura della seduta del Senato, recentemente eletto.

Il discorso di Liliana Segre

Mussolini attorniato da fedelissimi

Vale la pena riportarne uno stralcio: «In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Ed il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine, ricordando che quella stessa bambina che, in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!».

Di certo, qualcosa di questo discorso deve essere sfuggito a coloro i quali hanno deciso di organizzare, con tanto di volantini cartacei ed inviti su whatsapp, su iniziativa del segretario dei lavoratori UGL (Unione Generale del Lavoro), una cena tra camerati per celebrare l’anniversario della Marcia su Roma, in un ristorante di Piacenza, l’Osteria Gotico, nel centro del capoluogo emiliano.

L’accaduto ha immediatamente sollevato una serie di polemiche, tra cui il disappunto del Presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che ha dichiarato: «Mi auguro che le autorità competenti facciano le dovute verifiche ed intervengano immediatamente».

Il 28 ottobre 1922

Il 28 ottobre 1922, circa ventimila camicie nere, capeggiate dai quadrumviri Michele Bianchi, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo ed Emilio De Bono, marciarono su Roma, a seguito di una manifestazione armata eversiva, organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), con l’intento di attuare un colpo di stato e favorire l’ascesa di Benito Mussolini alla guida del popolo italiano, estromettendo l’allora capo del governo, Luigi Facta.

La marcia, in realtà, era cominciata due giorni prima, il 26 ottobre, a Perugia, quartiere generale dell’iniziativa. Alle 6 del mattino del 28 ottobre, il governo dichiarò lo stato d’assedio, ma il re Vittorio Emanuele III si rifiutò di controfirmarlo, causando le dimissioni di Luigi Facta, che lasciarono il Paese senza governo e nel caos più totale.

La minaccia da parte delle camicie nere di occupare i ministeri costrinse il re a convocare Mussolini, che giunse a Roma il 30 ottobre.

Pertanto, l’Italia fu consegnata nelle mani di Mussolini per scongiurare l’ipotesi di un colpo di stato, che, di fatto, poi, avvenne lo stesso, in quanto la prospettiva insurrezionale fu subita passivamente dai rappresentanti dei vertici dello Stato, i quali furono obbligati ad accettare il ricatto fascista, sia per debolezza che per incapacità, ma anche per opportunismo politico.

Il Re “consegna” l’Italia a Mussolini

Il conferimento ufficiale dell’incarico di primo ministro a Mussolini da parte del re Vittorio Emanuele III altro non fu che il tentativo di dare all’accaduto una parvenza di legalità, che ormai era stata violata, giustificando un vero e proprio atto di forza contro le istituzioni.

Fu così che un unico partito, in spregio ai più elementari principi attinenti alla democrazia, prendeva in mano, con l’intimidazione e la violenza, le redini del nostro Paese per i successivi vent’anni.

Ma questo fu solo l’inizio della catastrofica scalata al potere di Mussolini, come già era possibile presagire dal suo ormai famoso “discorso del bivacco”, pronunciato il 16 novembre 1922, durante il suo insediamento davanti alla Camera dei deputati.

Mussolini ed il “discorso del bivacco” alla Camera

«Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza», esordì, senza degnare l’Assemblea di uno sguardo e sostituendo la classica formula di esordio “Onorevoli colleghi” con “Signori”.

«Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere – proseguì, con tracotanza – Mi sono imposto dei limiti. […] Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto».

Un discorso che, per certi versi, ci risuona familiare. Un sermone da cui traspare tutta la boria e l’arroganza che spesso riscontriamo in alcuni dei nostri politici. Parole del genere, a volte, le abbiamo già sentite pronunciare, seppur in maniera più edulcorata, a qualche esponente politico. Fin troppe le analogie con la nostra situazione politica degli ultimi anni.

Le cronache dell’epoca riportano che, in seguito alle affermazioni pronunciate nel “discorso del bivacco”, i fascisti applaudirono in modo fragoroso e concitato, urlando: “Viva il Fascismo! Viva Mussolini”.

100 anni dopo…

Reazioni non dissimili, al giorno d’oggi. Fanatici, sottomessi ed ignoranti cittadini di un ridente paesino sul mare che, al pari delle “camicie nere”, inneggiano e proteggono il loro “Duce”, invasati dal “sacro” fuoco della stupidità.

A dimostrazione che, dopo 100 anni, l’epoca del Fascismo non è, poi, così tanto lontana.

Segno che le dittature non sempre nascono da colpi di stato, ma da lente e progressive degenerazioni dell’autorità di un potere politico, che inizialmente si maschera sotto i vessilli della liberalità e della democrazia.

Daniele Fanale

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