
Antonino Bellone, classe 1933, nato e cresciuto ad Isola delle Femmine, in provincia di Palermo, è conosciuto da tutti, nel suo paese, come lo “zio Nino Bellone”. Un uomo semplice, di 92 anni, senza istruzione formale, ma con una straordinaria abilità manuale e una tenacia fuori dal comune.
Nella sua casa, custodisce un’opera, ideata e generata dal suo talento creativo, che ha il sapore della poesia e della memoria, della passione e dell’ingegno: la riproduzione, in scala ridotta e perfettamente funzionante, del celebre campanile del Duomo di Messina.
Una creazione puramente artigianale, costituita da legno e ferro, alta 3,16 metri, con una base quadrata di dimensioni 45×45 cm. L’originale è alto 60 metri e presenta una base quadrata di 9,60 metri per lato.
Lo zio Nino si definisce analfabeta, avendo frequentato solo la prima classe della scuola primaria e conseguendo, soltanto in seguito, la licenza elementare per questioni di opportunità lavorative.
Una vita intera dedicata al lavoro e alla famiglia. «Ho fatto tutti i mestieri che esistono sulla terra», afferma orgoglioso.

Motorista abilitato, tornitore e carradore (riparatore di carretti), ha effettuato, per tanti anni, lavori artigianali in ferro e in legno, riparando macchine e realizzando pergolati e tettoie per terrazze, fino al giorno in cui viene assunto nel cementificio del suo paese, nel quale ha lavorato per ben 37 anni.
«Non vorrei morire senza lasciare una traccia di ciò che ho realizzato», confida con voce ferma. E quella traccia, scolpita nel legno e nel ferro, è il frutto di vent’anni di lavoro quotidiano, otto ore al giorno, anche di notte, dopo il consueto lavoro al cementificio, senza mai chiedere l’aiuto di nessuno.
Un impegno titanico che ha trasformato una cartolina, dimenticata in un cassetto per trent’anni, in un capolavoro di ingegno artigianale. Galeotta fu una visita nella città di Messina, nella quale il giovane isolano si recò per incontrare alcuni amici.
E proprio ai piedi del campanile del Duomo di Messina, il giorno prima della partenza, Nino si ferma presso una bancarella per acquistare una cartolina raffigurante il monumento, senza mai alzare lo sguardo verso l’alto. Quell’immagine rimane sepolta per trent’anni, finché un giorno, per una mera casualità, riemerge dal passato.
Nino cerca un documento, ma, rovistando dentro il cassetto, si ritrova tra le mani proprio quella cartolina. Ed è in quel preciso istante che un’idea comincia a prendere forma nella sua mente: riprodurre in chiave personale il campanile, con le sue figure, i suoi ingranaggi, la sua magia.
Nella sua piccola officina privata, armato di tornio e attrezzi da falegname e da fabbro, lo zio Nino, per vent’anni, intaglia, modella e assembla ogni singolo pezzo.
Legno e ferro si fondono sotto le sue sapienti e pazienti mani da tornitore e scultore amatoriale, dando vita ad un’opera unica, che non è solo una mera riproduzione, ma una vera e propria reinterpretazione soggettiva, che riflette il profondo legame dell’artista con le sue radici.
Come egli stesso ammette, la sua creazione è, per certi versi, liberamente ispirata alla tradizione religiosa del suo paese, per rendere omaggio ai due santi patroni di Isola delle Femmine: San Pietro e Maria Santissima delle Grazie.
Lo zio Nino, tuttavia, nonostante gli sforzi, non riesce a trovare e acquistare il materiale necessario per costruire gli ingranaggi che determinano il movimento delle sculture degli animali e dei vari personaggi presenti nel suo campanile.
Allora, fa di necessità virtù, ricorrendo al suo abile ingegno: motorini tergicristalli, opportunamente modificati, diventano dispositivi elettro-meccanici capaci di azionare i congegni. Per creare gli effetti sonori che riproducono i versi degli animali, invece, attinge alla realtà quotidiana, registrando dal vivo, su un nastro, il canto di un gallo di proprietà della sua famiglia e il ruggito di un leone (n.d.r. il famoso Ciccio di Villa Giulia) rinchiuso nello zoo di Terrasini.
Per tanto tempo, il suo desiderio più grande è stato quello di donare la sua riproduzione al Comune di Messina, come segno di gratitudine e memoria. Adesso, invece, chiede soltanto che la sua storia venga raccontata, affinché la gente sappia che un uomo senza studi, ma pieno di passione, dedizione e ingegno, è riuscito creare un’opera d’arte che sfida il tempo.
Antonino Bellone non è un artista celebrato, né un ingegnere né un architetto. E’ un uomo che ha dato forma materiale ad un sogno, trasformando la quiete delle sue notti in bianco in estro artistico e lavoro instancabile.
La sua riproduzione del campanile del Duomo di Messina è un pezzo unico, come unico è il percorso di vita che l’ha generata.
E, forse, più che un dono materiale, il vero lascito di zio Nino Bellone alla famiglia e a tutti noi è la testimonianza che la passione e la volontà possono rendere immortale anche la mano di un semplice artigiano.
Daniele Fanale
