C’era una volta… Il Carnevale Carinese.

Con il “Carnevale” inizia ufficialmente il periodo della Quaresima che ci porterà alla Pasqua, momento di massima spiritualità del Cristianesimo.

La stessa parola “Carnevale” si fa derivare dal latino carnem levare (levare la carne), ovvero il divieto di consumare carne a partire dal Mercoledì delle Ceneri per i 46 giorni che lo separano dalla Pasqua. Ma anche da altri termini latini che riportano a riti contadini e medievali che nulla hanno a che fare con la religione cristiana, se non molto più antichi e pagani, che richiamano all’esorcizzazione del male ed alla morte del vecchio con la rinascita, come viene ricordato in molti atti carnevaleschi di varie parti del mondo.

Nella tradizione carinese, che ormai in pochi ricordano, il Carnevale è rigorosamente legato ai riti religiosi ed ai suoi simboli.

Antiche maschere di Carini

Tradizionalmente si iniziavano a vedere le prime maschere già nel mese di gennaio, esattamente la prima domenica dopo l’Epifania. Ma era nel mese di febbraio che il Carnevale entrava nel vivo, con i gruppi mascherati che cominciavano a gironzolare per le vie del paese.

Le date del Carnevale

Le date principali del Carnevale erano, e sono tutt’oggi, dettate dalla Pasqua ed in particolare da quando “cade” (viene definito) il “Mercoledì delle Ceneri” (tra il 3 febbraio ed il 9 marzo). Da lì si contano a ritroso gli ultimi 4 giovedì, giorni aggiuntivi alla domenica, per festeggiare il Carnevale:

  • Iòviri r’u zuppiddu (una sorta di satiro zoppicante che istigava gli uomini al divertimento, alla spensieratezza, ai giochi ed alle donne. Raffigurato con le corna e la coda, ricorda le feste dionisiache di epoca classica)
  • Iòviri r’i cummari (si invitavano a far visita al figlioccio o alla figlioccia, ai quali si portava in dono un indumento)
  • Iòviri r’i parenti
  • Iòviri rassu (giorno in cui si mangia e si beve più del solito, da cui il detto: “ioviri rassu cu ‘un havi rinari s’arrusica l’ossu”.)

Le “sale” da ballo

Un tempo questi giovedì vedevano affollarsi vie e piazze di Carini di gruppi mascherati che allegramente animavano il paese e, andando di quartiere in quartiere, entravano ed uscivano dalle case attrezzate ad improvvisate sale da ballo.

Lungo le strade, gruppi di mascherati festanti fermavano i passanti lanciando stelle filanti e bittiddi (termine in uso a Carini e zone limitrofe), in siciliano corretto “pittiddi” (gli italianissimi coriandoli) dal francese “petits – piccoli”. Sono dei piccoli dischetti di carta che alla fine del 1700 presero il posto dei piccoli confetti di Coriandolo.

Chi aveva a disposizione un locale a piano terra, un magazzino, uno spazio qualunque, lo attrezzava per poter ospitare i gruppi mascherati.

Era principalmente la festa dei giovani e, per molte ragazze in cerca di marito, l’occasione per mostrarsi a potenziali pretendenti.

Non erano molte le occasioni per le ragazze di un tempo per “azzitarisi”. Per farsi conoscere c’era la domenica mattina a messa, sotto gli occhi vigili di mamma e papà o per la festa del Santo Patrono, sempre con adeguata scorta. Il Carnevale rappresentava un’occasione unica.

In particolare, nelle case private, si spostavano i mobili, si liberava la stanza, si addobbavano pareti e tetti con maschere di cartone, stelle filanti, luminarie. Si mettevano tutto intorno le sedie, si predisponeva un angolo per collocare il giradischi (prima ancora il grammofono o tamburelli e trombette), e nell’alcova un tavolo con vino e dolcetti secchi, e ci si preparava ad ospitare i “mascarati”.

Un antico detto carnevalesco recitava: “Ziti e tammureddi pi tri ghiorna parinu beddi”.

Ovunque si suonasse era lecito entrare. Questa la regola base del carnevale.

Di solito ad organizzare erano gruppi familiari o di amici intimi, ed a fine serata, intorno a mezzanotte, si chiudevano le porte e gli organizzatori condividevano con amici e parenti uno “spuntino” rifocillante: sfincione, pane e salsiccia, formaggio, muffuletti, vino a fiumi e cannoli o dolci secchi.

Gli ultimi giorni di Carnevale

Il lunedì era detto “u jornu ru picurareddu”, quando le strade venivano invase da ragazzi coperti da giacconi e cerate da pastori, gambali fatti con pelli di pecora e campanacci, assordando festosamente interi quartieri.

L’ultima giorno è il “martedì grasso” anche detto “u jornu ru Nannu”, prima del Mercoledì delle Ceneri. E’ il giorno in cui tutto finisce, un tempo anche a Carini, con la morte ru Nannu e la lettura del testamento.

Un tempo, prima della Prima Guerra Mondiale, alla mezzanotte veniva celebrata la morte ru Nannu annunciata dai lenti rintocchi della campana della Chiesa Madre ed in giro per le strade risuonava il lento battere di un tamburo. Tutto si fermava ed iniziava la Quaresima.

In questo ultimi 3 giorni di Carnevale, per bilanciare ai peccati che potevano commettere coloro che vi partecipavano, in tutte le chiese di Carini veniva “esposto il Santissimo”, ovvero le stesse rimanevano aperte e sull’altare principale veniva collocato un ostensorio con l’Ostia Consacrata, che rappresenta Gesù.

Ad occuparsi del rito, oltre ai sacerdoti delle singole chiese, vi era la Deputazione delle 40 Ore, che faceva capo alla Congregazione del Santissimo Sacramento.

Gli ultimi anni di Carnevale a Carini

Il matrimonio di Lillina e Vituzzu

Negli anni ’80 del ‘900 una variante carinese ru Nannu era stata ideata da colei che ha rappresentato il carnevale carinese per diversi decenni del 1900: la provocante Lillina.

Maschera ideata e personificata da Paolo Russo, meglio conosciuto come Lino Anerio, ed il fido compagno di giochi Vituzzu, alias Vito Amato. Per decenni hanno rappresentato “Lillina e Vituzzu”,  la parodia di questa procace donna del popolo e del marito rappresentati nella loro vita quotidiana, con il contorno dell’intero quartiere San Giuseppe – Terravecchia e gli amici Scrivano e Sanpaolo.

Le maschere più comuni e caratteristiche di Carini, nate agli inizi del 1900, erano delle maschere in cartapesta colorata, ideate da Salvatore Monteleone che di professione faceva l’imbianchino.

Maschera e calco

Realizzò delle forme in cemento raffiguranti 2 volti: uno maschile ed uno femminile. Queste gli servivano da base per impostare delle maschere realizzate con carta da giornale e colla che, una volta asciugate, venivano decorate e colorate. La produzione iniziava addirittura in estate, e coinvolgeva tutta la famiglia, per averne in buona quantità una volta arrivato il carnevale, visto che venivano pure dai paesi limitrofi ad acquistarle.

I Monteleone avevano un proprio negozio in via San Giuseppe, dove oltre alle maschere vendevano o noleggiavano costumi di Carnevale. I più richiesti erano i “domino” ed i costumi di “Pierrot”, anche se molti indossavano vecchi vestiti delle nonne o i più economici e facili da realizzare “cappucci dei Beati Paoli”, fatti con un quadrato di stoffa cucito su 2 latti e con 2 fori per gli occhi.

Oltre ai Monteleone, un’altra famiglia impegnata nel carnevale, tra maschere e costumi, era quella dei Basile detti “Cuncùmi”. Il negozietto “ru zu Nino Cuncumio” in via Sarmento, sino alla metà degli anni ’80 era il posto dove rifornirsi di tutto l’occorrente.

Per anni presso quello che era il Cinema Eden, oggi Teatro “Totuccio Aiello“, veniva organizzato “Il Carnevale del Fanciullo“, gara di costumi in maschera per bambini che coinvolgeva intere famiglie. Anche in questo caso scendevano in campo i professionisti del carnevale, che schieravano i propri figli nella competizione.

Venne addirittura creato un premio speciale, un trofeo del carnevale, per chi si fosse aggiudicato per 3 anni la gara. Ovviamente venne vinto dai fratelli Antonio e Tiziana.

By Ambrogio Conigliaro

Giornalista pubblicista, guida AIGAE ed esperto di educazione ambientale, nel 2005 fondo Il Vespro dopo aver collaborato per anni con Carini Oggi. Lavoro per Legambiente nella Riserva Naturale Grotta di Carburangeli.

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