Siamo in un periodo storico in cui, soprattutto durante questa estate, tante città,, si ritrovano a fare i conti con temperature fuori dal normale e con numerosi giorni da “bollino rosso”. Un caldo sempre più intenso, che sembra essere il risultato di un clima ormai fuori controllo in gran parte del mondo.
Quando si dice che ormai non esistono più le quattro stagioni — autunno, inverno, primavera ed estate — credo che questa affermazione debba essere considerata sempre più una realtà.
Basti pensare al lontano 2003, quando temperature di appena 23 gradi venivano già considerate, in alcuni periodi, superiori alla normalità per una giornata estiva. Se confrontassimo quelle temperature con quelle che registriamo oggi, probabilmente verrebbe quasi voglia di tornare indietro nel tempo e rivivere quel caldo, perché appare difficile paragonarlo a quello che stiamo vivendo attualmente.
Oggi le ondate di calore sembrano non terminare mai e rendono le giornate difficili da vivere, soprattutto nelle ore più calde. Svolgere attività all’aperto diventa complicato, mentre i condizionatori, indispensabili per cercare un po’ di sollievo, aumentano il consumo di energia e possono contribuire, nei momenti di maggiore richiesta, a sovraccarichi e blackout. A questo si aggiunge il costo sempre più elevato delle bollette.
Potrebbero sembrare delle banalità, ma nel lungo periodo rischiamo di pagarne conseguenze molto più grandi.
Si parla da anni della necessità di ridurre drasticamente le emissioni di CO₂ e di intervenire prima che alcuni cambiamenti climatici diventino sempre più difficili, se non impossibili, da invertire. Il futuro, però, non riguarda soltanto noi: riguarda soprattutto le generazioni che verranno e il mondo che saremo in grado di lasciargli.
Quando si pensa al futuro, quindi, bisogna pensare anche all’ambiente. Dal gesto più semplice, come non gettare una carta per terra, fino alla necessità di non inquinare il mare: possono sembrare azioni piccole e distanti tra loro, ma tutte hanno conseguenze sui nostri ecosistemi, dalla terraferma agli ambienti marini. E il rischio è quello di provocare danni che, un giorno, potrebbero diventare irreparabili.
E quando poi non potremo più fare nulla?
Forse ci ritroveremo a dire che si sarebbe potuto intervenire prima, che abbiamo perso troppo tempo. Ma ciò che stiamo vivendo oggi è anche il risultato dei nostri comportamenti e del nostro modo di vivere.
Sapete cos’è l’Earth Overshoot Day?
Il cosiddetto “Giorno del sovrasfruttamento della Terra” indica simbolicamente la data in cui l’umanità esaurisce le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare nell’intero anno. In altre parole, arriviamo a consumare in pochi mesi ciò che la Terra sarebbe in grado di produrre e rigenerare in dodici mesi.
Il fatto che questa data arrivi sempre più presto dovrebbe farci riflettere. Se un tempo si arrivava molto più avanti nell’anno, mentre oggi il limite viene superato con mesi di anticipo, significa che qualcosa nel nostro rapporto con il pianeta non sta funzionando.
Purtroppo anche le guerre e i conflitti che continuano a verificarsi in Medio Oriente e in Europa non aiutano. Oltre alle enormi conseguenze umane, esiste anche un impatto ambientale legato alla distruzione, al consumo di risorse, ai combustibili e alla produzione e all’impiego di armamenti.
È inevitabile chiedersi se una parte di quelle immense risorse economiche non potrebbe essere destinata, almeno in parte, ad aiutare popolazioni in difficoltà, a investire nella ricerca, nelle energie rinnovabili o in alternative ai combustibili fossili.
Naturalmente non tutto può diventare improvvisamente “green”. Anche le alternative che consideriamo più sostenibili presentano problemi e contraddizioni. Le auto elettriche, per esempio, possono rappresentare una valida alternativa ai motori tradizionali, ma anche la loro produzione e il loro utilizzo hanno un impatto sull’ambiente che non può essere ignorato.
L’obiettivo, forse, non dovrebbe essere quello di immaginare un mondo perfettamente a emissioni zero da un giorno all’altro, ma quello di avvicinarci gradualmente a un modello più sostenibile e compatibile con il pianeta.
Sono tante, quindi, le abitudini e le scelte che possono contribuire a far respirare nuovamente il nostro mondo.
Non è scritto da nessuna parte che dobbiamo diventare tutti vegani, smettere completamente di costruire o rinunciare a qualsiasi forma di progresso perché l’ambiente ne risente. Il punto è un altro: cercare di consumare meno, sprecare meno e trovare, nell’epoca del consumismo, un equilibrio più sano tra ciò che desideriamo e ciò di cui abbiamo realmente bisogno.
Detto questo, anche l’estate sempre più calda che stiamo vivendo non dovrebbe essere considerata soltanto come una semplice conseguenza inevitabile. Il mondo sta cambiando e si sta adattando a condizioni climatiche differenti. E anche noi dovremo necessariamente adattarci, ma soprattutto dovremo sforzarci di cambiare qualcosa nel nostro modo di vivere.
Sta cambiando letteralmente tutto.
E come diceva una grande persona, anche se in un contesto e su un argomento completamente diverso: “La gente preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”
E probabilmente continueremo a lamentarci del gran caldo, tra un’aria condizionata e un ventilatore acceso ogni dieci minuti, perché forse, in fondo, a noi va bene così.
Ma chissà fino a quando potremo permettercelo.
E chissà fino a quando riusciremo davvero a resistere.
