
Si è svolta a Palazzo Comitini, alla presenza del sindaco Roberto Lagalla, delle principali Autorità istituzionali e dei familiari delle vittime, la commemorazione per la ricorrenza degli ottant’anni della “Strage del pane”, un sanguinoso episodio di cronaca accaduto a Palermo il 19 ottobre del 1944 a seguito degli scontri avvenuti tra militari del Regio Esercito e cittadini palermitani riunitisi per scioperare contro il caro-vita chiedendo pane e lavoro.
Quel giovedì mattina di ottant’anni fa, numerosi palermitani si erano riuniti in via Maqueda davanti il Palazzo Comitini, allora sede della Prefettura e dell’ Alto Commissariato della Sicilia, per chiedere pane e generi di prima necessità, stremati ed affamati dalle dure condizioni che i tre anni di guerra avevano imposto alla popolazione palermitana.
La storia
Una folla di manifestanti esasperata ma senza armi in braccio che chiedeva condizioni di vita più umane ma che venne accolta dall’arrivo dei soldati italiani del 139° Reggimento Fanteria della Divisione Sabaudia che fecero fuoco sulla folla di palermitani inermi dai propri camion con scariche di colpi di fucile e con il lancio di numerose bombe a mano nonostante tra i tanti i cittadini vi fossero numerose donne e molti bambini.
Alla fine si conteranno 24 morti e 158 feriti tra i civili. Il 22 febbraio del 1947 a Taranto, presso il Tribunale Militare il processo ai soldati che però non indicherà ne i mandanti della strage nè punirà i militari ne emetterà alcuna sentenza di condanna verso i militari imputati, essendo nel frattempo sopraggiunta l’ amnistia.
Le ricerche dell’avv. Lino Buscemi

Su questo sanguinoso fatto di cronaca dell’epoca, il giornalista e coautatore del libro “La Sicilia delle stragi” Avv. Lino Buscemi, ha compiuto negli anni passati numerose ricerche arrivando a ricostruire, passo dopo passo, quanto accadde realmente quel 19 ottobre del 1944, così come racconta ai presenti durante il suo intervento alla commemorazione:
“Una strage che ha seminato morte e terrore tra i manifestanti che chiedevano pane e generi di prima necessità e che ha offeso la coscienza civile di un’intera città – racconta Buscemi – Si è ucciso impunemente sparando e colpendo senza guardare in faccia a nessuno – continua Buscemi – con l’aggravante che nessuno dei colpevoli di allora ha pagato per questa strage essendo intervenuta nel 1947 la Corte militare che ha emanato un provvedimento a non dovere procedere contro i militari per intervenuta amnistia”.
L’ultimo superstite

Presente anche Giovanni Ficarotta, l’ultimo superstite rimasto ferito e bambino all’epoca della strage che con gli occhi lucidi e la voce rotta dall’emozione, indicando la finestra di Palazzo Comitini sulla quale aveva cerca scampo arrampicandosi, così racconta quel tragico 19 ottobre del 1944:
“Ho visto due camion provenire dai Quattro Canti e arrivare in via Maqueda e da sopra uno di questi, senza scendere, ho visto i soldati che hanno incominciato a spararci addosso.
Mi sono arrampicato sulla grata di una finestra per cercare di sfuggire agli spari ma sono stato colpito dalle schegge al fianco e alla gamba e mi sono ritrovato per terra, in mezzo ai corpi maciullati degli altri.

Quando in Ospedale ho riaperto gli occhi, ho visto mia madre e il fratello che mi avevano cercato in tutti gli altri ospedali della città e che adesso mi avevano ritrovato”.
Non tutti ubidirono agli ordini
Non tutti i soldati della 139° Reggimento Fanteria arrivati sul posto quel giorno, obbedirono all’ordine di aprire il fuoco sulla folla inerme. Tra di loro uno, il sardo Giovanni Pala, si rifiutò di premere il grilletto del suo fucile così come risulta dagli atti individuati da Buscemi e come ha confermato lo stesso Pala alcuni anni fa allo studioso palermitano.
Un gesto, quello del fante sardo, che oltre a rendere onore alla coscienza di un giovane soldato che si era rifiutato di aprire il fuoco su dei civili inermi, è la prova evidente del fatto che quel giorno l’ordine criminale di aprire il fuoco giunse ai soldati direttamente dall’alto e non per iniziativa dei soli militari presenti alla strage: un elemento questo, che testimonia anche la volontà di nascondere i nomi dei mandanti che ordinarono che la strage si compiesse.
La lapide in ricordo
Rimangono invece impressi su di una lapide posta all’interno dell’atrio di Palazzo Comitini gli altri nomi, quelli dei ventiquattro palermitani, donne, uomini e bambini, usciti di casa un lontano giovedì del 1944 per chiedere un lavoro e condizioni di vita più dignitose e non più ritornati dalle loro famiglie.
Da ottant’anni aspettano ancora che qualcuno gli renda giustizia.
Michelangelo Marino
