La fine del 2016 è giunta senza clamore, ininfluente nelle sue varie sfaccettature, per la vita dei cittadini carinesi. Poca roba rispetto alle previsioni degli speranzosi. La situazione economica di ogni ente che abbia un ruolo importante nella vita del cittadino è sempre difficile e l’orizzonte resta cupo. Lo stato di necessità dei conti pubblici ha comportato tanti interventi correttivi dovuti alle varie situazione da punto e a capo, che man mano si sono verificate nel corso dell’anno, a causa dell’insufficienza degli incassi così come per la situazione legale di alcuni problemi che si trascinano da anni, in attesa di una soluzione; financo Palermo finora non ha trovato cura e non sembra in grado di poterlo fare a breve. In compenso è arrivata una malattia quasi impossibile da curare: la ricerca spasmodica di abitazioni. Gente che fugge dal fin troppo vicino capoluogo, ha trovato riparo nei dintorni del castello; ma è tanta, troppa la gente che questa terra occupa non già perché l’ha scelta ma perché si è ritrovata per le mani un’immobile che altrimenti non avrebbe trovato alle medesime condizioni. Nemmeno gli effetti nefasti del pendolarismo, vedi trasporti in genere, han potuto dissuadere; così Carini cresce a ritmi innaturali. Il capoluogo è quindi donatore principale di migranti del tetto sotto cui vivere, che hanno seguito l’unica motivazione dell’emergenza casa. E’ questa una considerazione che non può prescindere dalla politica di gestione degli immobili, e pur considerando che non sono esauriti gli alloggi, le difficoltà permangono e Carini ne fa indirettamente le spese. Legge di mercato? Forse.
Ormai i carinesi, intesi come nati e cresciuti da almeno quattro generazioni, sono in lenta diminuzione e da tempo si sono clamorosamente rassegnati a essere minoranza non tutelata in casa propria. Vanno via da Carini per svariati motivi, in una nuova emigrazione, stavolta più spesso a tempo determinato. Lasciano case e famiglie. Sopratutto case, ubicate nel centro storico, che a vederle oggi, l’una accanto all’altra, ( chiuse, diroccate o con valori residui coinvolti nella cattiva congiuntura economica ) sono lontanissime da quei momenti di pura solidarietà, di condivisione di un tempo, dissennatamente cancellati dall’avvento dell’idolatrata borghesia e oggi emblema di una comunità che si deprezza con appeso un cartello “Vendesi”. A breve si potrà sperimentare con buona approssimazione il concetto di sostituzione di una comunità, senza alcuna falsa ipocrisia giacché i nuovi residenti spesso, in quanto cosa assolutamente normale, portano con sé proprie storie e tradizioni, inevitabilmente spodestando, o in minor misura inquinando, quelle locali. La vivibilità non migliora. L’inquinamento non è scomparso. La microcriminalità è ormai perfettamente inserita nella comunità. L’emergenza rifiuti è stata diluita ma non è stato possibile ancora debellare ogni tipo di maltrattamento del territorio. Il tessuto urbano è sempre lo stesso degli ultimi trent’anni, anzi peggiora. L’imprenditoria che funziona porta sempre gli stessi cognomi, purtroppo senza espandersi o dare nuova linfa al territorio, minata sia dalla mancanza di specializzazioni ad hoc, sia dalla dislocazione commerciale lontano dal centro abitato, che alla luce degli avvenimenti nel resto dell’isola, parrebbe ancora un errore strategico. La popolazione è sempre ferma su stessa, vive alla giornata, in attesa di chissà cosa possa svegliarla dal suo torpore. Non che siano caratteristiche diverse da gran parte dell’Italia meridionale ma non è una cosa di cui si possa andare orgogliosi. Si vedranno nuovi tentativi, qualcosa è stato seminato ma non è che centri di eccellenza o specialità varie possano incidere più di tanto nella qualità espressa fin qui. Ci vuole tempo e buona volontà. Molti però non hanno nemmeno più la speranza e pian piano la comunità somiglia sempre di più a una delle case vuote tra S. Giuseppe e S. Pietro.
