Palermo. “Doni funesti” di Lavinia Scolari il 19 novembre a Lettere

Lunedì 19 novembre, alle 16:00, la Biblioteca Centrale di Lettere e Filosofia di Palermo, viale delle Scienze edificio 12, ospiterà la presentazione del nuovo libro di Lavinia ScolariDoni funesti – Miti di scambi pericolosi nella letteratura latina“, Edizioni ETS Pisa, pagg. 244, 24 euro. L’autrice converserà sull’affascinante tema del dono in età antica con Giusto Picone. Il libro ci accompagna sul sentiero millenario del mito del dono, nato in Grecia e rielaborato poi a Roma; un dono che ha valenza negativa e spesso è presago di sventure e difficoltà. Mentre nelle società tribali ricevere un dono è un fatto sociale, come documenta l’antropologo Marcel Mauss nel 1924, nelle complesse strutture sociali latine e greche, rappresenta un atto ingannevole, subdolo, di straordinaria potenza. Ne parliamo con l’autrice.

Lavinia Scolari
Lavinia Scolari

Come è nata l’idea di questo nuovo lavoro?

“Ho iniziato a lavorare sul tema del dono qualche anno fa, sotto la guida di Giusto Picone, e poi collaborando al Progetto di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN 2010/2011) Il sapere mitico. Antropologia del Mito Antico. A quel tempo, iniziai a esaminare i miti classici di dono e scambio e mi resi conto di quanto Greci e Romani guardassero con sospetto alla prassi del dono, e considerassero qualunque omaggio o regalo come un rischio, un salto nel buio, spesso un problema. Perché il dono, sì, crea relazione, ma impegna, obbliga, vincola, colma un vuoto o una mancanza. Col dono, non accolgo solo un oggetto inerte, ma una parte del donatore, un suo “sostituto”. Qualcosa che gli permette di avvicinarsi a me tanto da colpirmi.

Il dono quindi come atto funesto?

” Paradossalmente, nei racconti mitici, uno degli escamotage più frequenti per danneggiare un nemico o vendicarsi di lui era proprio offrirgli un dono. Un gesto così bello e spontaneo trasformato in un’arma funesta. Per Medea e Deianira, ad esempio, i doni sono doni di vendetta. Poi, Maurizio Bettini (Responsabile Nazionale del P.R.I.N.) mi suggerì di occuparmi del mito di Erifile, una donna che mette a repentaglio la vita del marito per aver ricevuto in dono una collana. E non una collana qualsiasi, ma “la collana di Armonia”, la figlia di Venere, che di Erifile decreterà la rovina. E così è nato “Doni funesti”.La prima cosa a cui si pensa quando si parla di “doni pericolosi” è, per l’appunto, la storia del famoso cavallo di legno, e quel celebre verso virgiliano: timeo Danaos et dona ferentis, “temo i Greci anche quando recano doni”. Del resto, il cavallo di legno (che molto probabilmente non era un cavallo, ma una nave, come sta emergendo da studi più recenti) era un’arma da guerra, un finto dono votivo piuttosto che un dono in grado di creare una relazione tra due o più individui. Mi interessava di più esaminare quelle storie in cui il dono, chiesto o offerto, istituisse forme di reciprocità e avesse esiti inattesi, come nel caso dei doni dei “tocchi magici”, o fosse pensato come un “talismano al contrario”, maledetto e pericoloso, divino e terribile, in grado di legare generazioni di eroi”.

Il libro affronta il concetto centrale della fides romana, quali sono i significati di questa categoria del dono?

“Nel libro sono confluiti una serie di racconti mitici che mostrano diversi punti di contatto e analogie. In realtà, questo è un libro che, pur partendo spesso dai modelli greci, guarda alla riscrittura latina, al modo in cui i Romani accolsero alcuni dei più noti racconti ellenici e li rielaborarono alla luce delle loro categorie culturali. Quello che non sapevo mentre studiavo, e che forse ha dato il senso a questa ricerca, è stato scoprire che una delle categorie specifiche del dono, a Roma antica, è quella che i Romani chiamano fides: il credito, l’affidabilità, quella virtù di chi fa ciò che ha detto, di quelle persone cui è possibile affidarsi senza essere delusi. L’inversione della fides è il filo rosso di tutti i racconti, come lo è il tradimento: da Tarpea a Scilla, da Erifile a Medea. Mi sono molto divertita a scrivere il secondo capitolo, cui forse sono maggiormente affezionata “Qualunque cosa vorrai: miti di fides, promesse e doni fatali”. Mi colpiva che esistesse un numero davvero notevole di racconti mitici, la maggior parte dei quali narrati da Ovidio, poeta straordinario, in cui il motivo favolistico della promessa e del desiderio esaudito fosse centrale. Sono davvero tanti gli dèi e i personaggi mitici che, per premiare qualcuno o per comprovare la propria identità, promettono di donargli “qualunque cosa” quello vorrà, e lo invitano a scegliere senza vincoli. Lo fa Giove con l’amata Semele, il Sole con Fetonte, Bacco con Mida. Quello che li accomuna è il fatto che ciò che si desidera ricevere non sempre ha esiti felici. Anzi. Semele vuole unirsi a Giove in tutta la sua potenza e ne sarà incenerita, Fetonte desidera guidare il cocchio del padre e ne morrà, Mida vorrebbe trasformare ogni cosa in oro e rischierà di morire di fame”.

Nessun dono innesca storie a lieto fine?

“Sono pochi i racconti a lieto fine, ma ce ne sono. Ce ne sono almeno due. Li scoprirete leggendo”.

Lavinia Scolari è nata a Palermo il 7 settembre 1984. Ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Antropologia del Mondo Antico presso l’università di Siena. Assegnista di Ricerca in Lingua e Letteratura Latina all’Università di Palermo, collabora al Progetto di Rilevante Interesse Nazionale “PROTEUS. an interpretative database of the Greek and Roman mythical lore”.

Antonio Catalfio