Giornata della Memoria: un sabato da ricordare.

Era un sabato grigio ma carico di speranze quello del 27 gennaio 1945, perché apriva finalmente i cancelli di Auschwitz (cittadina situata nel sud della Polonia), ovvero le porte di uno dei più grandi campi di concentramento, macabro teatro degli orrori nazisti nei confronti degli Ebrei.

Quel fatidico giorno, le truppe sovietiche restituirono la vita a 7.000 uomini, donne e bambini che, da lì a poco, avrebbero rischiato di non vedere mai più la luce. Proprio in quel luogo, in cui dominava l’imponente scritta “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”), si nascondeva solo la morte, si celava la più grande menzogna della storia dell’umanità.

Il campo di Dachau

Il lavoro rende liberi

Il primo campo di concentramento nazista, aperto il 22 marzo 1933, fu realizzato a Dachau (una città poco distante da Monaco di Baviera) su iniziativa del tedesco Heinrich Himmler.

Nel lager transitarono circa 200.000 persone e 41.500 vi persero la vita. E’ qui che, per la prima volta, troviamo, su un cancello in ferro battuto, il cinico slogan nazista utilizzato, poi, in tanti altri campi di sterminio, primo fra tutti quello di Auschwitz. In quei luoghi, il “lavoro” non fu mai la strada verso la libertà, ma solo il pretesto per la realizzazione di uno scellerato genocidio.

Anna Frank

Annelies Marie Frank, meglio conosciuta come Anna Frank, aveva solo 13 anni quando cominciò a nascondersi ed a vivere nella paura e nei silenzi paralizzanti. Era solo un’adolescente pronta ad affacciarsi alla vita, la stessa che, poco dopo, le venne negata.

Accadde, infatti, che insieme al padre Otto, alla madre Edith ed alla sorella Margot, più grande di lei di tre anni, dovette lasciare la propria casa, gli amici ed anche la sua amata micia Moortje per andare a vivere, fingendo di essere morta, in una casa-nascondiglio all’interno dell’edificio in cui lavorava il padre. A segnare il passaggio tra la vita e la morte vi era una libreria-porta girevole che nascondeva l’entrata del nascondiglio segreto.

La famiglia Frank visse in questi luoghi per due anni, nella speranza di non essere mai scoperta, nei sussurri, soffocando la paura durante le ore lavorative dei dipendenti della ditta o vivendo nell’ombra di tendine costantemente chiuse, che facevano sperare in un futuro migliore alla luce del sole.

Due lunghi anni passati insieme alla famiglia Van Dan ed al loro figlio Peter, pieni di angosce e sorrisi, amori ed incomprensioni, paura e speranza.

Il “pigiama” a righe

Il Diario di Anna

Quella stessa speranza che la mattina del 4 agosto 1944 venne soffocata dalla cruenta irruzione delle truppe della Gestapo (la polizia segreta della Germania nazista), per una soffiata che causò la cattura di tutti gli inquilini e la deportazione nei rispettivi campi di concentramento, dove tutti trovarono la morte tranne il padre di Anna che riuscì a sopravvivere ed a tornare ad Amsterdam, dopo aver ritrovato il Diario segreto della figlia.

In una delle pagine del Diario, tra una chiacchierata e l’altra con la sua ‘Cara Kitty’ (il nome dato all’amica immaginaria a cui Anna si rivolgeva e raccontava pensieri e segreti), Anna scriverà: «La vita continua come se niente fosse…è questa la cosa strana».

Sì, perché ciò che è stato in grado di fare l’uomo in quegli anni non trova tuttora causa, fondamento o spiegazione plausibile. E non può essere giustificato nella maniera più assoluta.

La “soluzione finale”

Nel gennaio del 1942 la conferenza di Wannsee, infatti, aveva approvato il piano “Soluzione finale”, un programma ben curato nei minimi dettagli che mirava a risolvere definitivamente il cosiddetto “problema ebraico”, senza che ci fosse un reale problema, se non l’accanimento gratuito, la violenza, l’intolleranza e l’odio razziale nei confronti di un popolo e delle sue tradizioni.

Un progetto di sterminio ben studiato a tavolino. Uomini capaci di creare una macchina dell’orrore tanto grande e ben organizzata, con l’intento di porre fine alla vita di milioni di innocenti.

Il “Giorno della Memoria”

Il Memoriale ebraico

Così, nel 2005, le Nazioni Unite hanno deciso di istituire la Giornata della Memoria per ricordare, commemorare e fornire un monito per le coscienze, un’esortazione a non commettere più quelle abominevoli atrocità.

Come afferma una massima ebraica, “Chi uccide una vita, uccide il mondo intero”.

Proprio per questo motivo, si parla principalmente di Shoah e un po’ meno di Olocausto. Due termini apparentemente simili che, invece, nascondono due importanti verità.

Il termine ebraico Shoah letteralmente significa “Catastrofe, distruzione”, cioè descrive quello che è realmente accaduto: la distruzione dell’animo umano.

Diversamente con il termine Olocausto si intende un rituale religioso di offerta e sacrificio propiziatorio a Dio. Ma la morte di sei milioni di vite non è un’offerta a Dio, ma solo il frutto della follia dell’uomo.

Daniele Fanale