Peppino Impastato, cento passi verso la libertà.

«Il mafioso è un uomo d’onore»…«Sì, ma che vuol dire onore? E che vuol dire Mafia? Ma se il mafioso è una brava persona, come dice la mamma, perché chi è mafioso non vuole che si dica che è mafioso?» (“Mio fratello – Tutta una vita con Peppino” di Giovanni Impastato).

Un bambino attento, un ragazzo curioso, un adulto consapevole, attivo ed impegnato. Questo era Peppino Impastato.

Nasce a Cinisi nel gennaio del 1948 in una famiglia di mafiosi e, fin da piccolo, mostra di essere molto attento a tutto ciò che lo circonda, soprattutto alla vita serena e “strana” della sua famiglia.

Il luogo del finto attentato attribuito a Peppino

Lo zio Matteo

Grazie allo zio Matteo, che sarà per lui una figura fondamentale per tutta la sua vita, impara a sviluppare una sua capacità critica e di pensiero. «…Perché non basta imparare, sapere le cose: bisogna anche imparare a pensare. Ci sono cose che si vedono subito, ma le cose più importanti le devi scoprire», gli ripeteva lo zio, spronandolo a riflettere sulle ‘cose’ della sua famiglia, ma soprattutto sulla persona che sarebbe potuto diventare.

Peppino ne fa un mantra e, con grande attenzione per i dettagli, intelligenza, molto studio ed informazione, capisce già da ragazzino quali siano gli affari della sua famiglia e chi siano tutte quelle persone senza nome che spesso vede a casa dello zio Cesare, che sembra essere il più potente tra loro.

E si interroga, riflette, rimane in silenzio, fa domande inaspettate ai suoi genitori, ma soprattutto si confronta con il fratello Giovanni, più piccolo di lui di cinque anni, a cui è molto legato e a cui ripete spesso di ‘aprire’ gli occhi.

Così, matura il suo pensiero, mentre guarda sempre avanti, al futuro. Non vede l’ora di crescere per poter capire le cose che nessuno gli spiega e quindi adotta diverse strategie.

Ha capito che, se vuole delle vere e proprie risposte ai suoi quesiti, non deve fare più troppe domande, ma deve sorridere sempre, giocare, studiare e diventare invisibile, mentre osserva ed ascolta, mentre indaga e collega le informazioni che apprende, passo dopo passo, giorno dopo giorno, come un puzzle dagli infiniti tasselli.

Peppino cresce e con lui il suo coraggio e la voglia di cambiare le cose, nella sua vita e nella società in cui vive.

L’Idea e Radio Aut

È un grande comunista ed idealista, rivoluzionario ed anticonformista, che prima fa sentire la sua voce attraverso la scrittura di articoli in un giornale creato da lui stesso ‘L’idea’ e, poi, quando sarà costretto a deporre la penna, troverà il modo di farsi ascoltare tramite ‘Radio Aut’, dove, con ironia ed intelligenza, porterà alla luce grandi ed importanti problematiche fino a quel momento tenute nascoste.

«Io voglio rimanere un uomo libero, nessuno mi deve condizionare nelle mie scelte», ripeteva al fratello Giovanni, anche quando continui gesti intimidatori provavano a fermarlo, a spaventarlo.

Parole taglienti, ironici dileggi ed arguti sarcasmi per sfidare i più “potenti”, mettendo in pericolo la vita dei propri cari, ma anche la propria, fino a perderla, per mano della Mafia, il 9 maggio di 44 anni fa.

Un unico nemico: la Mafia, ‘Mafiopoli’ ed il suo grande capo ‘Tano Seduto’ (cfr. Gaetano Badalamenti).

“La mafia è una montagna di merda”

E poi la morte del padre, un dolore grandissimo, che, però, non lo farà desistere dalla sua lotta e che continuerà a fargli urlare a gran voce che “La mafia è una montagna di merda”.

Felicia e Peppino

Una madre coraggiosa, Felicia, che lo protegge nel corso di tutta la sua vita, tra silenzi e mezze verità, che deve affrontare la perdita prima di un marito e poi di un figlio, ma capace, alla fine, di trovare ugualmente la forza di raccontare la verità, così come aveva fatto il suo primogenito.

Un fratello, Giovanni, fragile, che combatte con lui e per lui anche dopo la sua morte, seguendo un percorso di memoria, giustizia e verità, come aveva promesso alla madre.

Ma, Peppino, oggi, dopo 44 anni, è ancora vivo e ci insegna a ragionare, a riflettere, così come aveva fatto lo zio Matteo con lui.

L’eredità di Peppino

Ci invita ad andare oltre le apparenze e ad agire, qualunque siano le nostre origini o il destino che è stato scritto per noi.

Ci insegna che nascere in una famiglia mafiosa non ti rende necessariamente mafioso, ma che, invece, si ha sempre la possibilità di scegliere chi si vuole essere, di emanciparsi e di lottare per ciò in cui si crede e per la propria libertà.

Ci rivela quanto lunga sia la strada verso la nostra libertà: solo “100 passi”. Cento passi per ribellarci alle mafie ed al sistema mafioso che governa la nostra società, per non sottostare più alle logiche mafiose, per non essere più schiavi del compromesso, per strappare quel bavaglio che ci impedisce di respirare e di sentire il dolce e fresco profumo della giustizia e della libertà, per liberarci dalle catene dell’omertà, della paura e della coercizione, per non sentire più l’odore nauseabondo del malaffare, della corruzione e della illegalità, «prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente».

Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.

Daniele Fanale