14 Luglio 2024
Cronaca

Paolo Borsellino, il coraggio di essere secondi

«Io faccio una corsa contro il tempo. Adesso tocca a me. Io nella vita sono stato sempre il secondo e sarò secondo anche nella morte».

Queste le parole che, con rassegnata accettazione, il giudice Paolo Borsellino ripeteva alla moglie, Agnese Piraino Leto, dopo l’uccisione dell’amico e collega magistrato Giovanni Falcone nella Strage di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992.

Probabilmente egli sentiva che quello scudo umano di protezione, che fino a quel momento lo aveva mantenuto incolume, era all’improvviso venuto meno. Ma soprattutto era venuto a mancare il suo fraterno amico di mille battaglie, colui per il quale si era sempre mantenuto un passo indietro.

E questo gli dava l’amara consapevolezza di ciò che gli sarebbe accaduto.

Nonostante tutto, lui rimane, non molla, perché si sente investito di una missione, di un impegno morale nei confronti dei suoi amici e colleghi che hanno perso la vita nella lotta contro la mafia in difesa dello Stato.

Sono morti per noi…

«Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente continuando la loro opera, rifiutando di trarre dal sistema mafioso ogni beneficio che possiamo trarne, anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, facendo il nostro dovere», afferma con coraggio durante una fiaccolata di commemorazione in onore dell’amico Giovanni.

Un lacerante dolore ed una immensa rabbia lo pervadono in tutto il suo essere per la perdita del suo amico.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Sì, perché Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non erano solo colleghi e magistrati esposti in prima linea, ma erano prima di tutto Amici, con la “A” maiuscola.

Un legame profondo ed unico come solo può essere quello di due bambini che crescono e maturano insieme giocando a pallone per i vicoli del quartiere della Kalsa di Palermo. In pratica, si conoscevano da sempre.

Due temperamenti completamenti diversi, ma alla base una profonda e sincera amicizia.

Giovanni appare più introverso e parla raramente in pubblico, preferendo tenere per sé i suoi stati emotivi.

Paolo, invece, è più estroverso, sorridente ed incline alla battuta. Completano gli studi insieme e sempre insieme iniziano il loro percorso in magistratura, prendendosi l’un l’altro come modello di riferimento.

Borsellino, essendo più piccolo di un anno, guarda Giovanni con infinita stima ed ammirazione, cercando di emularne le gesta. Ed è forse per questo che Paolo si sentirà sempre secondo rispetto a lui, anche nella morte.

Un’amicizia, scevra da competizioni e protagonismi, perché nata dalla condivisione di sani principi ed ideali, non dall’opportunismo e dall’interesse personale.

Due anime affini che si incontrano per ritrovarsi l’uno nelle idee e nello spirito dell’altro, come guardarsi allo specchio osservando un’immagine riflessa, ma al contempo diversa. Tuttavia, la figura di Borsellino non è esclusivamente legata a quella di Falcone, ma vive di una sua luce, indipendentemente dal rapporto di simbiosi con l’amico.

L’uomo Paolo Borsellino

Paolo Borsellino, non è solo eroe e magistrato, ma è soprattutto padre premuroso, figlio devoto, fratello amorevole, amico fedele e leale, uomo gentile e magnanimo, difensore degli ultimi, dei deboli, degli indifesi.

Quel tenero e sempiterno desiderio con cui ogni figlio anela sempre di tornare al grembo materno che l’ha generato concorrerà ad ucciderlo.

Infatti, esattamente trent’anni fa, il 19 luglio 1992, nella famigerata Strage di via D’Amelio, Paolo Borsellino perdeva tragicamente la vita insieme ai suoi cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta, ma anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio) e Claudio Traina, nel tentativo di far visita alla madre.

Il suo funesto presagio si era avverato: era secondo a Giovanni anche nella morte. Perdersi per poi immediatamente ritrovarsi ed accorgersi di non essersi mai persi, perché tra veri Amici, in fondo, non ci si perde mai.

Due sentimenti contrastanti non hanno mai abbandonato Falcone e Borsellino nel corso della loro azione antimafia: paura e coraggio.

Paura e coraggio sono due facce della stessa medaglia, due forze uguali e contrarie che logorano ed infiammano allo stesso tempo l’animo di chi, come Giovanni e Paolo, ha fatto della lotta alla Mafia la sua missione, la sua ragione di vita, pur nella consapevolezza di avere un destino già segnato.

Chi ha il coraggio di ribellarsi a certe logiche di potere mafioso non può non avere paura, altrimenti sarebbe vittima della propria incoscienza o della propria ignoranza.

Non esiste coraggio senza paura. Ma chi ha paura può trovare nel coraggio il proprio porto sicuro, quella forza motrice che solo i più alti valori etici e morali possono innescare, quel vigore in grado di annientare l’animo pusillanime di chi, per omertà, è abituato sempre a girare la testa dall’altra parte, fingendo che tutto vada bene.

Chi non ha paura muore una volta sola

«È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola», è quello che ci ha insegnato Paolo Borsellino.

Un insegnamento che non è frutto di inutile e pacchiana retorica, ma la dimostrazione concreta di chi, credendo nello Stato e nella giustizia, ha perso la vita da eroe sul campo di battaglia.

Ed il sogno di Borsellino oggi non è morto, ma continua a vivere nelle nostre coscienze e nelle azioni di tutti quegli uomini liberi e coraggiosi che quotidianamente rischiano la propria vita per combattere qualunque forma di mafia, perché, come lui stesso affermava, «la vera lotta alla mafia si fa fuori dalle aule giudiziarie».

Solo chi è capace, nella vita di tutti i giorni, di abbattere i muri dell’omertà e squarciare il velo di ipocrisia che avvolge la nostra società può contribuire a realizzare il sogno di Paolo e Giovanni, aspirando ad essere un vero militante dell’antimafia.

I “professionisti” dell’antimafia

Chi, invece, per un egoistico tornaconto personale, strumentalizza con spregiudicatezza gli ideali propri della lotta alla mafia per fare carriera (spesso politica) e procurarsi il consenso popolare può aspirare solo a divenire quello che lo scrittore Leonardo Sciascia definiva “professionista dell’antimafia” in un suo articolo pubblicato 35 anni fa sul Corriere della Sera.

Cortei, conferenze, convegni, interviste televisive e sui giornali, commemorazioni rappresentano, per alcuni, il palcoscenico ideale per acquisire i loro agi, alimentando quella che alcuni definiscono la “dittatura” dell’antimafia. Sì, perché, oggi, in alcuni casi, l’antimafia è diventata «uno strumento di potere» da cui trarre profitti.

Borsellino sosteneva che «la lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità».

Franco, figlio di Pio La Torre, politico e sindacalista italiano, assassinato il 30 aprile 1982 a Palermo, sostiene che «oggi l’antimafia sembra essere diventata uno stanco rito, dove sempre le stesse persone ricordano i caduti di una terribile guerra», chiedendosi, in merito al movimento antimafia: «Come è accaduto che un prezioso pilastro della società civile a sostegno dello Stato nello scontro con le organizzazioni criminali si sia confuso tra personalismi e stanche commemorazioni? Mentre Cosa nostra – grazie al silenzio di politici, giornalisti, imprenditori, magistrati, associazioni – si mascherava persino da antimafia».

Non basta stringere una mano e farsi fare qualche foto autocelebrativa con illustri personaggi di spicco della magistratura, impegnati nella lotta alle mafie, per professarsi paladini dell’antimafia. L’antimafia non si eredita per osmosi o transitività. Occorrono fatti concreti ed uno stile di vita moralmente ed eticamente irreprensibile.

Non servono le parole né le autosponsorizzazioni né le mere operazioni di facciata né le speculazioni politiche a discapito di chi ha rischiato e continua a rischiare la vita ogni giorno, per garantire il rispetto della giustizia e la tutela della legalità nel nostro Paese.

Né tantomeno serve chi si diletta a fare esercizi di retorica sui social per poi avallare comportamenti moralmente deprecabili.

Non servono gli eroi da palcoscenico che non rischiano nulla dentro le loro ville dorate.

Di certo non si confà a tale uopo uno scomodo “omissis” su un decreto di scioglimento per mafia.

Daniele Fanale

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