22 Luglio 2024
CronacaPrimo piano

Rita Atria, la “picciridda” che denunciò la mafia

«Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta».

Queste le ultime parole scritte sul suo diario da Rita Atria (Rituzza, come la chiamava affettuosamente il giudice Paolo Borsellino), testimone di giustizia e vittima indiretta della Mafia, suicidatasi, a soli 17 anni, proprio una settimana dopo la strage di Via D’Amelio, gettandosi dal settimo piano del palazzo in cui viveva sotto protezione, a Roma.

La settima vittima

Rita Atria

E’ lei la “settima vittima” di quella terribile strage. «Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita[…] Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi», scriveva ancora la “picciridda” nelle sue confessioni, dopo che lo “zio Paolo” (come amava chiamarlo) l’aveva lasciata il 19 luglio del 1992, perché ucciso per mano di Cosa Nostra.

Rituzza trova in Paolo Borsellino un porto sicuro, la figura paterna che gli mancava, quella che aveva perso qualche tempo prima, a soli 11 anni, sempre a causa di un agguato mafioso, ma stavolta scaturito dalle lotte per il potere tra clan rivali, quando cominciava la sanguinosa ascesa dei Corleonesi.

La famiglia

Sì, perché suo padre, don Vito Atria, un allevatore di pecore, era egli stesso un mafioso, ma per lei era pur sempre suo padre. E questa spasmodica ricerca della figura paterna si traduce in un forte legame affettivo con il fratello Nicola, mafioso anche lui, divenuto, nel frattempo, il capofamiglia, da cui Rita apprenderà i segreti più intimi sugli affari e le dinamiche mafiose del suo paese, Partanna.

Proprio queste confidenze, che Rita appunta con cura sul suo diario, consentiranno ai magistrati di svelare gli ingranaggi che caratterizzano gli scenari sanguinosi (più di 30 omicidi) tra le cosche mafiose del trapanese e della Valle del Belice, portando a numerosi arresti.

Infatti, alla morte del fratello, avvenuta sempre in seguito ad un attentato mafioso, Rita decide di seguire le orme della cognata diciottenne, Piera Aiello, collaborando con la magistratura, inizialmente più per un desiderio di vendetta che per un ideale di giustizia.

L’incontro con Paolo Borsellino

Qui la sua strada si incontra con quella di Paolo Borsellino, all’epoca Procuratore di Marsala, che raccoglie le sue confessioni, offrendole il suo supporto e la sua amicizia.

E’ grazie allo “zio Paolo” che Rituzza (che, per una strana coincidenza, portava lo stesso nome della sorella di Paolo) intraprende un autentico percorso di maturazione interiore, che le permetterà di trasformare la sua sete iniziale di vendetta in un sincero desiderio di giustizia e di ribellione verso la mafia.

«Bisogna rendere coscienti i ragazzi che vivono nella mafia, che al di fuori c’è un altro mondo, fatto di cose semplici ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di quella persona o perché hai pagato per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non ci sarà mai, ma se ognuno di noi prova a cambiare ce la faremo», scriveva Rita.

Una foto di Rita Atria, morta suicida dopo la strage di via D’Amelio.

E proprio in nome di quest’altro mondo, la “picciridda” rinuncia a tutto, anche all’affetto della madre, da cui viene ripudiata sia in vita che dopo la morte, per non essersi attenuta al “codice d’onore” ed essere, invece, diventata “fimmina lingua longa e amica degli sbirri”.

«Sanno solo dire che io non capisco niente, che devo stare zitta, che devo mettere giudizio, che devo ancora crescere», lamentava Rita sul suo diario.

Al suo funerale non partecipano né la madre né i compaesani. Per di più, qualche mese dopo, è la stessa madre a distruggere a martellate la lapide di Rita posta sulla tomba di famiglia, come quasi a voler cancellare per sempre il ricordo di quest’onta che macchiava l’onore del suo casato.

Figlia di nessuno

Ed è così che, per tanto tempo, Rita rimarrà “figlia di nessuno”, priva di un’identità e di un volto, senza alcuna foto sulla lapide, a differenza dei mafiosi che aveva denunciato e che erano seppelliti nello stesso cimitero, ma con un nome ed un volto ben visibili ad imperitura memoria.

Oggi, esattamente a trent’anni dalla sua morte, Rita Atria ha finalmente recuperato quell’identità violata, riscattando il suo nome dall’oblio a cui la sua famiglia voleva relegarla.

A “picciridda”

Oggi si commemora la morte di una “picciridda”, rea solamente di avere avuto paura di rimanere da sola, di essere abbandonata dallo Stato in seguito alla perdita del suo unico punto di riferimento.

Perché “solo è il coraggio”, ma lo è ancor di più la paura che, a volte, uccide.

 

Daniele Fanale

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