23 Maggio 2024
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Archeologia a Carini: la vera storia del “Mosaico De Spuches” che torna a Carini

Ci sono voluti soltanto 151 anni per riportarlo a Carini, da quando nel 1873 il Principe Giuseppe De Spuches acquistò, salvandolo dalla possibile distruzione da parte dei contadini, uno splendido pavimento a mosaico composto da più parti distinte. Il mosaico venne rimosso dal terreno e rimontato in pezzi nel palazzo di città del Principe di Galati (questo il titolo dei De Spuches) all’angolo tra le vie Cavour e Ruggero Settimo (scarica da qui la pubblicazione dell’epoca).

Il mosaico nel disegno pubblicato dal principe De Spuches nel 1878.

Il mosaico, con una parte absidata da cui la definizione di “mosaico basilicale”, da non confondere con una chiesa, venne rinvenuto nella proprietà di una certa signora Ferranti in contrada San Nicola, dove già altre evidenze archeologiche andavano facendo capolino dal sottosuolo, in occasione della realizzazione dei grandi terrazzamenti per l’impianto dei limoneti, sorti dopo la realizzazione della linea ferrata dopo il 1865.

Lo spostamento di grandi quantità di terra, la realizzazione di cisterne per l’acqua (le cosidette “gebbie”) e di piccoli casolari di campagna, in pochi decenni portò alla scoperta di pavimenti a mosaico, resti di acquedotti in piombo, stanze sotterranee, resti di muri… testimonianze di un esteso abitato di epoca romano-bizantina che venne prontamente nascosto a tutti in favore della redditività promessa dal limone, pianta particolarmente produttiva che consentiva una facile coltivazione ed un’ottima redditività.

Ma torniamo al “nostro” mosaico.

La collocazione a Palermo ed i pavoni di Mimise Guttuso

Dopo la sua collocazione nel palazzo del principe non se ne seppe più nulla. Collocato nel salone, faceva bella mostra di se agli ospiti del De Spuches, sino a quando, nel 1977, non viene alla ribalta della cronaca palermitana.

L’articolo del Giornale di Sicilia del 1977

Nel 1975 i De Spuches vendettero quasi tutte le loro proprietà (delle quali moltissime a Carini) e la parte del Palazzo Galati dov’era collocato il mosaico venne acquistata da Renato Guttuso. La storia racconta che la moglie di quest’ultimo, l’estrosa Mimise, pose come condizione che venisse rimosso il mosaico pavimentale del salone perché conteneva, tra le varie decorazioni, la raffigurazione di “pavoni” che secondo lei portavano sfortuna.

Il mosaico venne così rimosso e diventò oggetto di commercio. La legge prevedeva il diritto di prelazione da parte dello Stato, in questo caso della Regione Siciliana, ma a quanto pare questo diritto non era stato esercitato dal Soprintendente dell’epoca, il prof. Vincenzo Tusa, e quindi in maniera non del tutto leggittima una galleria d’arte palermitana stava per venderlo ad un museo tedesco.

Grazie al Pretore Ferrotti

Per nostra fortuna il Pretore di Palermo dell’epoca, il dott. Ferrotti, venuto a conoscenza per caso del fatto, fece bloccare l’operazione sequestrando il mosaico (che intanto era stato smontato in 78 blocchi collocati in 48 casse) e impuntando tutti gli attori della vendita portandoli in tribunale. Questa azione fece si che il mosaico rimanesse a Palermo, nei magazzini del Palazzo Galati sino ai nostri giorni.

Nel dicembre del 1994, con il compagno di tante ricerche ed escursioni Vincenzo Giambanco, decidemmo che era ora di mettere a frutto le nostre ricerche e cominciare a recuperare il più possibile della nostra storia. Si decise di andare “a caccia” del Mosaico De Spuches, scomparso da oltre 20 anni.

Il mosaico quando era a Palazzo Galati a Palermo (foto Allotta).

Non era più nel salone di Palazzo Galati, ma avevamo delle tracce da seguire, grazie alla splendida pubblicazione della dott.ssa Rosalia Camerata Scovazzo dedicata al “nostro” mosaico (“I mosaici pavimentali di Carini“, scaricalo da qui). Andammo allo Studio Fotografico Allotta in piazzetta Bagnasco a comprare le uniche foto esistenti del mosaico, scattate anni prima all’interno del Palazzo Galati.

La SITAS e le terme di Sciacca

Grazie ad un comune amico avvocato, Vincenzo riuscì a rintracciare il dott. Ferrotti, ancora in servizio al Tribunale di Palermo, che gli raccontò di aver seguito per qualche tempo le vicende del mosaico, sino a quando lo stesso non era stato venduto alla società che doveva costruire una serie ci complessi alberghieri termali sui terreni dell’ex cotonificio SITAS, società partecipata dalla Regione Siciliana, dove il mosaico doveva essere collocato quale attrattiva turistica.

Intanto la ex SITAS era fallita e nei 3 alberghi su 8 realizzati non c’era traccia del mosaico.

La fortuna ci è però venuta incontro. Scoprimmo che la ex SITAS era in liquidazione ed era stato nominato un liquidatore fallimentare: il dott. Franco Transirico e lo andammo a trovare per chiedere informazioni. Scoprimmo così che era intenzione dello stesso mettere in vendita all’asta il mosaico per consentire di liquidare una serie di debiti della società, proprio a partire dall’affitto dei magazzini dove il mosaico era custodito.

Ma il mosaico era sempre rimasto lì…

In pratica il mosaico non aveva mai lasciato Palazzo Galati. Da vent’anni giaceva all’interno delle 48 casse dov’era stato collocato subito dopo la sua rimozione dal salone del palazzo. Andammo a parlare con il portire del palazzo, che ci accompagnò nei magazzini per mostrarci le casse, la “tavole” del mosaico erano collocate 2 per cassa con il massetto a vista e la parte a mosaico faccia a faccia. Tutto era immobile da 20 anni.

Ci attivammo subito per cercare di far tornare il mosaico a Carini. A fine aprile del 1995 scrivemmo una nota al Comune chiedendo che l’amministrazione comunale si attivasse subito per evitare che il mosaico andasse all’asta. Sarebbero bastati poco più di 100 milioni di lire per acquisirlo.

Un cci nnè picciuli

Per far si che l’Amministrazione Comunale, allora guidata dal Sindaco On. Nino Mannino, prendesse un impegno serio verso il recupero del mosaico, 20 giorni dopo la nostra nota che non aveva ricevuto risposta, facemmo presentare una “mozione” in Consiglio Comunale ai Consiglieri Fulvio Glaviano e Salvatore Badalamenti (attuale Vice Sindaco). La risposta dell’Amministrazione fu che non c’erano fondi a disposizione.

Tentammo allora una soluzione “informativa”, mettendo a conoscenza più persone possibile della vicenda. Vincenzo Giambanco scrisse un articolo per il giornalino locale “Carini Oggi“, mentre io per la rivista a tiratura nazionale “Palermo” della Provincia Regionale di Palermo.

L’interrogazione all’ARS presentata dai Parlamentari de La Rete.

L’interrogazione parlamentare al Parlamento Regionale

Ci vennero in soccorso 3 Parlamentari regionali del Gruppo de “La Rete“: Franco Piro, Letizia Battaglia e Manlio Mele, che presentarono una “interrogazione” all’Assessore Regionale ai Beni Culturali dell’epoca, prof. Leonardo Pandolfo, chiedendo che la Regione si attivasse immediatamente affinché fosse scongiurata la vendita a privati di un mosaico che rappresentava un pezzo della storia della nostra isola.

A questo punto era necessario alzare il tiro.

Chiedemmo aiuto a Padre Paolo Fiasconaro, con il quale era nato uno speciale rapporto personale in merito all’animazione culturale della nostra Carini durante la gestione commissariale del Comune di Carini con il Dott. Antonino Di Martino nel 1993.

Il Comitato Cittadino

Si decise per una soluzione classica: la costituzione di un Comitato Cittadino.

Coinvolgemmo nel trio anche Ciccio Randazzo ed il Prof. Giovanni Palazzo, ai tempi curatore dei restauri in corso nel Castello La Grua Talamanca. L’idea iniziale era quella di ricollocare, temporaneamente, il mosaico all’interno del Castello.

L’invito inviato all’Assessore Regionale ai Beni Culturali prof. Pandolfo.

I primi giorni di luglio, come Comitato, mandammo un invito all’Assessore Regionale e, per sollecitarlo ulteriormente a rispondere, grazie ai buoni servigi di Padre Paolo, corrispondente per Carini del Giornale di Sicilia, concordammo una intervista in Redazione, per raccontare la storia del Mosaico De Spuches.

L’articolo del Giornale di Sicilia.

Con nostra grande sorpresa, il Giornale di Sicilia dedicò allo storia una intera pagina, che smosse le coscenze di chi di competenza. Il giorno dopo arrivò subito la risposta dell’Assessore Pandolfo: con un trafiletto sempre sul Giornale di Sicilia annunciava l’avvio della procedura per acquisire il mosaico ed il suo ritorno a Carini.

Era il 14 luglio 1995.

Nei giorni successivi l’Assessore venne a Carini, accompagnato dalla compianta Soprintendente dott.ssa Carmela Angela Di Stefano, in occasione della consegna ufficiale del completamento dei primi lavori di restauro del Castello La Grua Talamanca.

Nell’occasione, ricordo era un sabato mattina, all’interno dell’aula consiliare di Carini, dopo aver amorevolmente richiamato il Comitato pro-mosaico dicendo che con lui “avevamo sfondato una porta aperta perché era già sua intenzione acquisire il mosaico“, annunciava che in tempi brevi il mosaico sarebbe stato acquistato dalla Regione e sarebbe tornato nella sua Carini.

La Regione acquista il mosaico e, finalmente, si scava in C.da San Nicola

Nel 1997 l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali, in corso di acquisizione del mosaico, finanzia una campagna di scavi in contrada San Nicola, per cercare di recuperare quanto non acquisì De Spuches, ovvero la parte absidata lasciata in buona parte in sito. Viene notificato un decreto di occupazione temporanea di area all’avv. Vincenzo Cutietta. Secondo la Soprintendenza di Palermo era quello il terreno da dove proveniva il mosaico.

A dirigere il cantiere dei saggi la dott.ssa Caterina Greco, archeologa responsabile per l’area di Carini, che conoscevo già da alcuni anni a causa della mia attività con Legambiente. Ricordo che all’apertura del cantiere chiesi come mai avessero scelto la proprietà Cutietta per effettuare i saggi, visto che il mosaico difficilmente era stato rinvenuto in quel luogo da De Spuches, e se avessero fatto uno studio per individuare quale fosse la proprietà “Ferranti” citata nella relazione di presentazione del mosaico.

Perché si scava dai Cutietta?

Rispose di no e che l’indicazione di effettuare i saggi nella proprietà Cutietta, individuata quale area di interesse da cui probabilmente era stato asportato il mosaico, era arrivata direttamente dall’Amministrazione Comunale. L’obiettivo era individuare il sito preciso e valutare la possibilità, un giorno, di far tornare al suo posto il mosaico, all’interno di quella che per la Soprintendenza era una villa di epoca romana.

Con l’occasione la dottoressa Greco chiese se era possibile il supporto della sezione di Carini di Archeoclub, nata nei primi mesi del 1996 nei locali della Biblioteca Comunale di Carini, della quale ero Direttore Bibliotecario dal marzo 1995, sulla spinta della piccola collezione archeologica lì custodita. Iniziammo i soliti “4 amici”, ma nel giro di pochissimi mesi eravamo già un bel gruppo affiatato.

Tralascio volutamente quanto accaduto in quei pochi mesi di saggi archeologici nella proprietà Cutietta, ma si capisce che ovviamente non venne rinvenuto il resto del mosaico e nemmeno altro di importante, se non la conferma che il sito era stato frequentato ed abitato dal periodo tardo romano a quello islamico-normanno.

Le Catacombe di Villagrazia e la scelta del Sindaco Monterosso

Uno dei mosaici rinvenuti in proprietà Failla.

Sulla spinta emotiva dei primi saggi archeologici a Carini e delle prime notizie certe sull’area di San Nicola, nel 1999 venne completato l’esproprio delle aree di superficie delle Catacombe Paleocristiane di Villagrazia di Carini, scoperte dal Salinas nel 1899.

In questo caso bastarono solo 100 anni, la solita denuncia pubblica con tanto di articolo stampa e la volontà “politica” della dott.ssa Di Stefano della Soprintendenza e dell’allora Sindaco Totò Monterosso. che impegnò circa 300 milioni di lire per riaprire l’accesso con minacce di denunce e conseguente “stracciamento delle vesti” del solito noto. Ma questa è un’altra storia…

Intanto si scoprono nuovi mosaici

Su San Nicola, dopo l’acquisizione definitiva del “mosaico De Spuches” avvenuta nel 1999, ricadde il silenzio, sino a quando nel 2005 si riuscì a far compiere un altro saggio archeologico nell’area, diretto questa volta dalla dott.ssa Francesca Spatafora, grazie alla caparbietà del sig. Failla, che mise a disposiozione la sua proprietà e la sua conoscenza di rinvenimenti occasionali in anni di coltivazione del limoneto.

Nel saggio vennero alla luce ampie porzioni di mosaici multicolori e di buona fattura. A poca distanza dalla proprietà Cutietta, ma anche in questo caso ben lontani dal sito dove De Spuches aveva salvato il “suo” mosaico oltre 100 anni prima.

Intanto gli scavi avviati nelle Catacombe di Villagrazia dall’Università di Palermo guidata dalla prof.ssa Rosa Maria Carra nella qualità di Ispettore della Pontificia Commissione per l’Archeologia Sacra e successivamente con il supporto della cooperativa archeologica ArcheOfficina, gestori per conto del Vaticano dell’importantissimi sito archeologico,  cominciavano a raccontare una storia sempre più interessante sull’importanza della stessa catacomba ma anche dell’area di San Nicola.

Il Comune ci crede… acquista un terreno in contrada San Nicola

Grazie al suggerimento di Archeoclub ed all’ormai infervorato assessore, all’epoca, Enzo Marcianò (già complice nel completamento dell’iter di esproprio delle aree soprastanti le catacombe che un giorno vi racconterò), il Comune di Carini acquistò nel 2012 all’asta una piccola area all’interno della contrada San Nicola.

La stessa area che dal 2016 è sede dei saggi archeologici promossi dalla Soprintendenza di Palermo e condotti da ArcheOfficina, con l’alta sorveglianza e la Direzione Scientifica della dott.ssa Rosa Maria Cucco della Soprintendenza e l’Università di Palermo guidata dalla prof.ssa Emma Vitale, che stanno pian piano riscrivendo la storia del sito di San Nicola.

Il mosaico collocato presso l’Oratorio di San Filippo Neri.

E’ l’anno della svolta il 2012, quando finalmente vede anche la luce il vincolo archeologico sull’area di San Nicola, ben 15 anni dopo i saggi archeologici. Anno della svolta anche perché si riesce a salvare per la seconda volta il mosaico da una collocazione al di fuori di Carini.

Nel 2007, dopo un restauro a cura della Regione Siciliana, il mosaico era stato collocato temporaneamente all’interno dell’Oratorio di San Filippo Neri a Palermo (adiacente al Museo Salinas).

Il nuovo salvataggio del mosaico

Per puro caso, grazie sempre all’assessore Marcianò, veniamo a sapere che era intenzione degli uffici regionali collocarlo presso una struttura regionale in provincia di Agrigento. Riparte così la caccia al mosaico, questa volta con compagni di viaggio differenti.

Grazie alla intercessione dell’allora Consigliere Provinciale Fabio Ferranti, riusciamo ad ottenere un incontro con l’Assessore Regionale ai Beni Culturali prof. Sebastiano Messineo che si dimostra immediatamente disponibile ad una soluzione molto diversa. In nostra presenza chiamò il Soprintendente Gaetano Gullo chiedendogli di bloccare immediatamente ogni iniziativa che riguardasse il mosaico De Spuches e di predisporre che lo stesso venisse destinato esclusivamente ad una ricollocazione a Carini.

Nelle settimane successive incontrammo pure il Soprintende Gullo insieme alla dott.ssa Lina Bellanca, conosciuta in occasione dei lavori di recupero degli affreschi della Chiesa del Rosario, per valutare il sito adatto alla sua collocazione. Si era valutata positivamente la possibilità di collocarlo all’interno del Chiostro del Rosario, a pochi metri da Piazza Duomo e del costituendo spazio museale presso l’ex Convento dei Carmelitani.

Alla fine, si preferì la proposta, a mio avviso inutilmente costosa ed inidonea ma ripeto è un mio parere, del Comune di Carini avanzata dal Sindaco Agrusa per il tramite dell’Assessore Enzo Marcianò: un contenitore in metallo e vetro, in stile Franco Minissi sul modello di Piazza Armerina, da collocare all’interno dell’ex Convento di Sant’Antonino, limitrofo alla chiesa di San Rocco.

Oggi, a distanza di 12 anni da quella proposta e di tutta questa storia, lunga quasi 40 anni, il mosaico torna finalmente a Carini.

Certo è curioso scoprire che l’area dove venne rinvenuto non è al momento vincolata e che in questi ultimi 20 anni ha visto spuntare case e non solo. Che nessuno di chi oggi si vanta dell’evento è mai intervenuto ne direttamente ne indirettamente nella vicenda, stando a guardare e basta.

Tutti a discutere dei progressi negli scavi di San Nicola ma a portare avanti la carretta ad oggi sono stati solo i ragazzi di ArcheOfficina e l’Università di Palermo, nessun finanziamento, nessun intervento economico a sostegno.

Solo una enorme quantità di soldi pubblici sprecati per una teca in vetro (quasi mezzo milione di euro) ed un inutile e limitato spazio museale sopra le Catacombe (circa 1 milione di euro).

In attesa di tempi migliori…

Ambrogio Conigliaro

Giornalista pubblicista, guida AIGAE ed esperto di educazione ambientale, nel 2005 fondo Il Vespro dopo aver collaborato per anni con Carini Oggi. Lavoro per Legambiente nella Riserva Naturale Grotta di Carburangeli.

2 pensieri riguardo “Archeologia a Carini: la vera storia del “Mosaico De Spuches” che torna a Carini

  • Francesca Annaloro

    Ciao Ambrogio seppi anni addietro dell’arrivo a Carini di questa pavimentazione tramite un fugace articolo e chiedendo negli anni se fosse possibile vederlo mi si rispondeva:”per ora non si può”. Spero che presto venga esposto nal pubblico con le dovute cautele. E’ sempre un piacere leggerTI. Francesca Annaloro

    Rispondi
  • Fabio Ferranti

    Caro Ambrogio , grazie per aver rivelato la verità sul Mosaico, di come sono andate veramente le cose. Ricordo ancora oggi l’incontro con l’assessore regionale ai Beni Culturali e ricordo come prese a cuore questa vicenda grazie alla passione che hai messo nel raccontarne la storia . Sono contento di aver contribuito nel mio piccolo ,insieme a te e a tutte le persone che hai citato nell’articolo a fare ritornare a Carini il Mosaico.

    Rispondi

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