Mio papà è morto di Covid19

Si, perché il Covid19 non è un complotto, non è una semplice influenza, anche se gli somiglia tanto, è particolarmente aggressivo ma non è necessariamente letale. È un insieme di cose.

Mio padre, Pietro Conigliaro, nonostante i suoi 76 anni, aveva un fisico atletico. Ogni mattina 3 km di passeggiata ed aveva ripreso ad allenarsi in palestra con i suoi pesi che lo accompagnavano da quasi 50 anni. Questo sino a circa 15 giorni fa, quando si è fatto la sua bella ora di panca e braccia.

Purtroppo era anche un gran testone, convinto di essere indistruttibile e che il Covid19 non fosse poi questo gran problema. Non so quante volte abbiamo litigato con lui insieme alle mie sorelle e mia mamma, per obbligarlo ad indossare correttamente la mascherina e stare il più possibile a casa. Una battaglia persa… che alla fine ha portato a perdere pure la guerra.

I tempi

Giovedì sera, 29 ottobre, proprio tornando dalla sua amata palestra, sentiva brividi di freddo e quindi mia mamma, tra un rimprovero ed uno sbuffo gli ha misurato la temperatura: 37,5 gradi. Nulla di allarmante, anche perché non c’era alcun altro sintomo se non un po’ di fiacchezza ed inappetenza. Nulla.

La febbre va e viene, sempre a temperatura costante, in fasi alterne, sempre e solo quella, nessun altro sintomo se non qualche dolore muscolare, che si imputa all’allenamento fatto qualche giorno prima. Niente tosse, niente perdita di gusto o olfatto, nessun problema respiratorio. Il lunedì gli consigliamo di fare il tampone, per sicurezza e stare più tranquilli. Martedì mattina si procede a domicilio grazie ad un laboratorio privato.

Positivo!!!

Non si riesce a contattare il medico curante, ma intanto su consiglio di altro medico di famiglia mia mamma gli somministra la tachipirina ed una compressa di Bentelan. In giornata si rintraccia il medico di famiglia che inoltra comunicazione ad ASP ed USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziali) e consiglia di dare tachipirina solo in caso di febbre oltre i 38 gradi e di controllare la saturazione dell’ossigeno (con un saturimetro che si può acquistare a partire da 10 euro) che nella normalità è intorno a 100 e non deve scendere sotto i 90.

Nessun medico curante ha un protocollo standard di intervento, pare che in 8 mesi il Ministero della Salute o chi per lui non abbia ancora definito come standardizzare le procedure, e nessun medico curante va a visitare a domicilio il paziente Covid19 per accertarsi delle reali condizioni di salute, a fare un minimo di controllo strumentale.

I primi sintomi evidenti

Tutto rimane tale e quale sino a giovedì 5 novembre quando, dopo qualche strano episodio di stato confusionale, alle 11:30 la temperatura sale a 39° e mia mamma chiama il 118. Le rispondono che non c’è motivo di intervenire e di somministrare tachipirina e aspettare… Alle 14:00 la saturazione scende a 85 e la respirazione è affannosa.

Finalmente si riesce a convincere il 118 ad intervenire, ma solo grazie ad un intervento “esterno”: mio zio è un medico da poco in pensione ed ha ancora qualche contatto. Gli operatori misurano la saturazione, fanno una fiala di Bentelan ed una di Eparina, misurano la temperatura e ascoltano i polmoni con il fonendoscopio… il classico “dica 33”. Si evince che c’è qualche problema respiratorio, i “fischi” polmonari sono evidenti e segnalano una polmonite in corso ed andrebbero approfonditi gli esami.

Gli stessi operatori del 118 però riferiscono che gli “ospedali Covid” non hanno posti e il seguito si sarebbe trasformato solo in una sosta al pronto soccorso se non direttamente all’interno dell’ambulanza e la situazione non sembrava così grave. Prescrivono l’eparina per rendere più fluido il sangue, un antibiotico e vanno via. Tutto finisce lì, nessun controllo approfondito ai polmoni, nessun esame strumentale…

Venerdì tutto sembra essere passato: niente febbre, discreto appetito a pranzo e cena, alcune telefonate ad amici, una bella dose di Facebook, tv e poi a letto.

L’ospedale

Sabato all’alba cambia tutto. Intorno alle 4 la saturazione crolla improvvisamente a 65, il fiato si fa corto, manca l’aria. Mia mamma alle 5:05 chiama nuovamente il 118 che arriva alle 5:50, gli operatori vengono subito messi al corrente della terapia seguita e di quanto accaduto nei giorni precedenti. Mettono subito la mascherina con l’ossigeno, ma hanno il saturimetro con le batterie scariche… si riesce comunque a misurare la saturazione che era arrivata a 104, ma è necessario andare al pronto soccorso per fare una TAC e vedere in che condizioni sono i polmoni.

Intanto mio papà si riprende, scherza con mia mamma e gli infermieri e da solo sale sull’ambulanza per andare all’ospedale Cervello, portandosi appresso una busta trasparente con telefono e carica batterie, sono le 6:30. Mia sorella li segue a ruota ed arriva al pronto soccorso un paio di minuti dopo l’ambulanza, perché medico e infermieri non avevano chiesto se mio padre avesse altre patologie e se prendesse altri farmaci e le chiedono di seguirli per avere ulteriori informazioni.

Al pronto soccorso non c’era nessuna ambulanza a turno ne pazienti in attesa. Tutto tranquillo. Dopo circa un quarto d’ora esce il medico in servizio sull’ambulanza, dice a mia sorella che tutto era sotto controllo e la situazione non destava preoccupazioni, mia sorella riferisce delle patologie di papà e quali farmaci prendeva e che aveva fatto 2 settimane prima la visita cardiologica. Il medico rientra. Quando esce riferisce che papà ha fatto l’emogas e la saturazione era risalita a 87.

Alle 9:30 mia sorella chiede informazioni, per sapere come sta evolvendo la cosa. Unico interlocutore il vigilantes in servizio nel reparto, il quale riferisce che papà è tranquillo ed è seduto dal suo arrivo su una sedia, senza mascherina di ossigeno e nulla, perché visibilmente in buone condizioni, ma tutto è bloccato perché stavano trattando altri casi Covid.

La vicenda si ripete per altre 2 volte, in pratica ogni ora che lentamente passa… sempre la stessa notizia: è seduto tranquillo. Sono le 11 e mia sorella chiede al vigilantes di riferire a papà di rispondere al telefono, lo sente squillare sin da fuori ma non risponde nessuno. Il gentilissimo vigilantes entra ma papà non c’è, lo hanno sceso al piano interrato per fare, finalmente dopo 4 ore di attesa e senza apparentemente nessun intervento, la TAC. Le da il numero di telefono del reparto e le consiglia di tornare a casa, tanto lì non c’era nulla da fare e lui stava per andare via per il cambio turno: “chiami a quel numero sino a quando qualcuno non le risponde”, è il suggerimento.

Il silenzio

Aspetta ancora qualche minuto, sperando cambi qualcosa, e torna a casa. Gira il numero di telefono a mio zio ed all’altra mia sorella, che dalle 11:00 cominciano subito a chiamare per cercare di avere notizie. Nessuna risposta, silenzio assoluto. Prova e riprova, solo mio zio riesce a parlare con una dottoressa intorno alle 13:40: “suo cognato ha una polmonite molto avanzata, è necessario il ricovero per procedere con l’ossigeno terapia ma non è collaborativo, mentre facevamo la TAC ha cercato più volte di togliersi la mascherina per l’ossigeno.  Richiamiamo appena abbiamo il posto per il ricovero in terapia intensiva.

In pochi minuti tutti siamo informati della situazione clinica di mio papà. Dovevamo solo aspettare un pochino per sapere come procedere. Intanto si erano fatte le 13:45, sono trascorse 6 ore e mezza dall’arrivo al pronto soccorso e non sappiamo se è stata iniziata qualche terapia o stavano proseguendo quella che faceva a casa, se si stanno prendendo veramente cura di nostro padre, continuano a dirci che è tranquillo e non preoccuparci.

Alle 14:23 squilla il telefono di mia sorella, è la dottoressa che aveva parlato con mio zio poco più di mezz’ora prima: “ho in carico suo padre. Dalla TAC risulta che i polmoni sono compromessi, la situazione è peggiorata ed il paziente non ha collaborato, suo padre è morto!!!”.

Erano trascorsi appena 30 minuti dalla chiamata precedente. Nessuna spiegazione, nessun’altra informazione. Nessuno in quelle 7 ore si è degnato di comunicare con la famiglia, nemmeno di rispondere al telefono. Solo grazie a mio zio abbiamo avuto un minimo contatto, ma praticamente inutile. L’ultimo ricordo che avremo di mio papà sarà un corpo inerme chiuso dentro un sacco nero.

Finisce così la storia di Pietro Conigliaro detto “Mattarella”, morto verosimilmente su una sedia del pronto soccorso dell’ospedale Cervello di Palermo, da solo, lontano dai suoi cari, da uno sguardo di conforto, di compassione, senza una carezza, senza una lacrima.

Finisce così la storia di un uomo amante della vita, amico del mondo, casinista per eccellenza, straordinario organizzatore che trovava ogni occasione per stare in compagnia, comportamento che in un momento come questo gli è costato, probabilmente, la vita.

Non saprò mai come sono stati i suoi ultimi momenti. Erano settimane che non ci vedevamo in presenza, per proteggere lui e mamma da potenziali infezioni. I miei figli hanno visto il nonno l’ultima volta oltre 1 mese fa. Ma non è stato sufficiente. La sua voglia di libertà, di essere come sempre contro il sistema, contestatore, gli è costato il prezzo più alto.

Il Covid19 c’è. È tra noi e scorrazza tra le famiglie come se nulla fosse, incontrollato.

Il Covid19 uccide

Non lo fa da solo. Lo fa aggravando altre patologie. Lo fa per colpa di una Sanità che non funziona ed è allo sbaraglio. Lo fa grazie ad una Politica di incompetenti che negli anni hanno distrutto un sistema sanitario che il mondo ci invidiava, che litigano tra loro se aprire o chiudere le attività commerciali, mentre la gente muore o su una sedia in corridoio o all’interno di un bagno come accaduto a Napoli un paio di giorni fa.

Lo fa con la complicità di tanti incoscienti, tra questi mio padre, che pensano che sia una semplice influenza, bombardati da un’informazione ormai vittima di milioni di notizie fasulle, le fake news, che stanno trasformando le nostre vite e la nostra società, dove il non indossare una semplice mascherina viene considerato un atto di ribellione ed invece è solo un atto di incoscienza che ti può costare la vita.

In questi 8 giorni, trascorsi dalla sua morte, sono arrivati migliaia di messaggi da ogni angolo del mondo, da sperdute isole dell’Oceano Pacifico al Sud America; centinaia e centinaia di amici hanno telefonato da ogni luogo per ricordare aneddoti su aneddoti di mio papà, da scriverci un libro. Vi ringraziamo tutti per l’enorme affetto che ci avete dimostrato, conferma che papà era “oltre”.