23 Maggio 2024
Cronaca

Il caso Arnone

L’Italia, patria del diritto, è uno strano paese.

E’ un luogo dove un mafioso, dopo aver commesso 150 omicidi, stragi conosciute a livello planetario e sciolto bambini nell’acido dopo averli strangolati, si pente. Racconta un piccola parte della sua vita criminale, anche perché ha per legge soltanto 6 mesi per ricordarsi tutto e raccontarlo e, dopo meno di 30 anni di carcere, torna a casa come se nulla fosse. Addirittura stipendiato e protetto.

Ci sono poi casi alla Fabrizio Corona, che non ha mai ucciso nessuno ed ha una personalità definita “borderline“, che finiscono in carcere per anni e dove, proprio a causa delle proprie condizioni mentali, rischiano di morirci.

Un caso molto simile sta accadendo a Peppe Arnone, anni fa famoso avvocato ambientalista, ex presidente di Legambiente Sicilia, più volte candidato a Sindaco di Agrigento, dove ha da sempre condotto vivacissime battaglie sulla legalità a 360 gradi.

Conosco Peppe dai primi anni ’90, quando poco più che ventenne mi recai alla sede regionale di Legambiente Sicilia a Palermo, in via Genova 7, che occupava 2 stanze nella grande sede dell’ARCI. Peppe, insieme ad altri 2 cari amici compagni di tantissime battaglie ambientaliste, era allora il Presidente ed il trio era una seria spina nel fianco della politica siciliana e della cementificazione selvaggia della nostra isola.

Un vero guerriero sul campo e sempre in prima fila. Erano i tempi dell’acquedotto Ancipa, della istituzione delle Riserve Naturali in Sicilia che salvavano dal cemento e dalla speculazione luoghi incantevoli oggi attrattori di turisti da tutto il mondo.

Erano i tempi delle battaglie per salvare la Valle dei Templi di Agrigento da rapaci cementificatori (i cui strascichi continuano sino ad oggi, vedi il link), ma erano anche i tempi delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Un personaggio particolare Peppe Arnone, che negli anni ha maturato una sua personale battaglia contro i tanti muri di gomma e consorterie che spesso si spalleggiano e si aiutano, impedendo che qualcuno racconti ai cittadini distratti cosa accade intorno a loro.

Come un antico “cuntastorie” ha utilizzato tutto ciò che era in sua disponibilità per raccontare, girando per piazze e paesi della Sicilia.

Solo che oggi esistono anche nuovi mezzi di comunicazione, di grandissima diffusione, che arrivano in ogni angolo del mondo, che rimangono disponibili per sempre; incontrollabili dai “signorotti” che decidevano il bello ed il cattivo tempo.

Oggi la “rete” ti informa in tempo reale. Le notizie non sono solo di carta, sono audio, sono video, sono milioni di documenti condivisibili con chiunque.

E qui la nostra Italia, patria del diritto, si trasforma in una qualsiasi Corea del Nord.

Un avvocato viene “silenziato” per legge, visto che come raccontavano i collaboratori di giustizia “Arnone avrebbe fatto più danni da morto che da vivo“. Siamo arrivati al punto di violare un diritto sancito dalla Costituzione Italiana, l’Art. 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…“.

Da lunedì 11 maggio 2021 Peppe Arnone si trova nel carcere di Petrusa ad Agrigento per calunnia e diffamazione. Avrebbe violato il regime di semilibertà perché ha inviato una PEC al Tribunale di Sorveglianza di Palermo per rivendicare il suo diritto di espressione.

Forse gli conveniva far saltare in aria un pezzo di autostrada o un paio di condomini e 10 minuti dopo pentirsi. Sarebbe diventato ospite fisso di talk show e di decine di trasmissioni con tanto di plastico del reato.

Invece no, chiede solo di manifestare un diritto COSTITUZIONALE, quello di espressione, del quale è stato privato già da ben 3 anni, da quando gli hanno vietato di scrivere, manifestare il proprio pensiero con volantini, libri, striscioni, video, ma anche attraverso i social networks.

A nulla sono valse sino ad oggi persino le sentenze pronunciate dalla Corte Europea nei confronti dell’Italia. O meglio, non sono valse per Peppe Arnone, ma per gli amici del regime di turno si. E’ interessante la sentenza della Cassazione del 2021 proprio nei confronti di Peppe Arnone, che conferma la condanna a 9 mesi di reclusione per diffamazione a mezzo stampa perché lui è un politico e non un giornalista, anche se la stessa Cassazione ha annullato una sentenza a pene detentive per diffamazione a mezzo social network.

E’ stata presentata pure un’Interrogazione Parlamentare a risposta scritta, dalla parlamentare Rossella Muroni, ex Presidente Nazionale di Legambiente lo scorso 4 giugno, ma ancora non è pervenuta risposta.

Io, nel mio piccolo, posso solo dire STO CON PEPPE ARNONE.

Ambrogio Conigliaro

Giornalista pubblicista, guida AIGAE ed esperto di educazione ambientale, nel 2005 fondo Il Vespro dopo aver collaborato per anni con Carini Oggi. Lavoro per Legambiente nella Riserva Naturale Grotta di Carburangeli.

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