17 Aprile 2024
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Don Peppino e l’arte della fotografia

Giorgio Amato

Lo scorso 28 ottobre si è svolta all’Istituto Abele Damiani di Marsala la premiazione del concorso letterario “Letteratura Mondo a Marsala“.

Vincitore dell’edizione 2020-2021 il carinese Giorgio Amato, con un racconto breve sulla storia del bisnonno Giuseppe Monteleone, il primo fotografo di Carini nel 1921.

Giusto quest’anno la famiglia Monteleone celebra i 100 anni di attività nella fotografia, tradizione portata avanti prima da Antonino ed oggi dal figlio Giuseppe Monteleone.

La giuria del premio “Concorso letterario-letteratura mondo Marsala” ha espresso la sua scelta con la seguente motivazione:

Il momento della premiazione

Gli elementi dominanti di questo testo risiedono in tre linee di scrittura che lo rendono unico ed originalissimo.

Il primo più eccelso fra i tre è dato dallo stravolgimento del rapporto fra persone di etnie diverse. In questo racconto non è il bianco a fare da insegnante e mostrare capacità di accoglienza, ma questi aspetti vengono sussunti dal nero, bravo da una parte nel porsi all’avanguardia con una attività artistica ancora nuova quale quella della fotografia all’inizio del ‘900, dall’altra di comportarsi come un vero maestro.

Il secondo aspetto significativo è dato dal coinvolgimento delle generazioni passate. La nonna racconta qualcosa che è capitato a suo padre.  Sono quindi coinvolte più generazioni. La nonna che non è isolata nella sua vecchiaia, ma può essere coinvolta come trasmettitrice di valori, ricchi e densi come una  foresta, come direbbe Kossi.

Infine è sorprendente la linearità della struttura narrativa con un linguaggio sobrio e misurato.

Don Peppino e l’arte della fotografia

Ci sono momenti nella vita che rimangono indelebili, uno di questi è il ricordo di mia nonna che, nelle fredde serate d’inverno, ci raccontava vicino al fuoco della vita di suo padre.

Giuseppe Monteleone nacque al sorgere di una calda mattina d’estate, il 18 Luglio del 1893, in una via del centro storico di Carini, un piccolo paesino dalle vaste campagne tappezzate di agrumi ed ulivi che si estendevano dai piedi delle montagne alle coste sabbiose del mare.

Visse la sua infanzia spensieratamente, giocando nel verde dei campi e nelle acque limpide dei ruscelli, cullato dalle fronde degli alberi e dall’aria pulita di montagna.

L’infanzia tra i limoni alle pendici del Castello

Figlio di un imprenditore agricolo che si occupava della vendita dei limoni, era destinato a proseguire l’attività di famiglia, ma non ebbe mai le stesse aspirazioni del padre, nonostante amasse la natura e tutte le sue sfaccettature, infatti Giuseppe passò la sua adolescenza dilettandosi nel disegno e nella pittura, ritraendo vari soggetti e paesaggi, compreso l’amato Castello simbolo del paese natio;  preferiva senza dubbio quest’attività piuttosto che spendere il suo tempo nella raccolta e nella vendita dei limoni.

Una volta raggiunta l’età di diciannove anni sentì il bisogno di trovarsi un lavoro diverso da quello del padre, diverso da quei pochi lavori a disposizione nel suo paese.

In viaggio verso una nuova vita

Voleva cambiare aria, cambiare totalmente vita, così decise di trasferirsi negli Stati Uniti, dove alcuni anni prima si era trasferito il cognato Giuseppe Morici che gli avrebbe assicurato il domicilio, a quei tempi infatti non potevi entrare negli Stati Uniti se non avevi le carte in regola e qualcuno che ti dava ospitalità e garantiva per te.

La nave San Guglielmo

Una gelida notte dei primi di marzo si imbarcò su una nave dalla grandezza mai vista dai suoi occhi, era la San Guglielmo, con 3050 anime a bordo.

Quando si levarono gli ormeggi, Giuseppe si affacciò dall’oblò di quella nave stipata di corpi e di speranze, e guardò le luci della riva che si allontanavano sempre di più. Il suo cuore si riempì di tristezza, ma allo stesso tempo di gioia per l’opportunità di potersi creare una nuova vita.

Il viaggio fu lungo e faticoso, durò quattordici giorni in cui si alternarono giorni burrascosi a bellissimi tramonti.

All’alba del 18 marzo del 1913 fu svegliato dal trambusto dell’equipaggio che aveva scorto le luci della costa di Ellis Island, ancora qualche ora e sarebbe finalmente sbarcato in America!

La Ford T

Il lavoro alla Ford

Il viaggio in treno verso la sua nuova abitazione a Detroit durò mezza giornata, lì il cognato lavorava presso un’officina meccanica e fu lo stesso che gli trovò un lavoro come operaio nella vicina cittadina di Highland Park, dove stavano cominciando a costruire le prime automobili in un modo nuovo con tempi di realizzazione molto ridotti. Era la prima catena di montaggio dove costruivano la Ford T, uno dei modelli più popolari di Henry Ford.

La paga di cinque dollari al giorno era ottima, quasi il doppio di quanto guadagnava un bracciante agricolo, e gli altri operai dell’officina erano molto gentili con Giuseppe, che dimostrò subito la sua abilità manuale e la sua velocità di apprendimento.

Erano già passati tre anni da quando era partito, ma in Italia le cose stavano sempre più peggiorando con la Guerra, era stato richiesto a tutti i Patrioti idonei alla leva di presentarsi immediatamente per l’arruolamento, inoltre chi non si fosse presentato sarebbe stato considerato disertore, senza la possibilità di poter più ritornare in Patria.

Il ritorno in Italia per la Prima Guerra Mondiale

Giuseppe era alquanto combattuto perché diversi Italiani che frequentava avevano deciso di fare il servizio di leva negli Stati Uniti, ma lui era ancora molto legato alla sua terra e desiderava vedere presto la sua famiglia, fu così che decise di imbarcarsi per l’Italia e partecipare come soldato alla Prima Guerra Mondiale.

Gli anni della Grande Guerra furono molto duri, la vita da soldato era certe volte peggiore di quella delle bestie, “megghiu porcu ca surdato!”, così diceva a mia nonna nei suoi racconti di guerra.

Ma fortunatamente ne uscì indenne, il suo ruolo in battaglia era di supporto (con il suo battaglione doveva fare da spola per il rifornimento di cibo alle truppe), senza coinvolgimento diretto nella battaglia.

Torna a lavorare alla Ford

Finita la Guerra decise di ripartire per l’America, dove ritrovò il suo vecchio posto di lavoro in fabbrica.

Fu durante una pausa pranzo che sentì un operaio che parlava ridendo di una “scimmia” (era questo il modo dispregiativo che usavano alcuni per indicare gli uomini di colore) che sapeva fare le fotografie e addirittura ne impartiva lezioni, ma quello che incuriosì Giuseppe fu l’aver compreso che c’era qualcuno che sapeva utilizzare questi nuovi strumenti in grado di intrappolare la realtà su di un pezzo di carta!

Quand’era in Sicilia gli capitò una volta di andare con il padre a Palermo e vedere qualche fotografia, questa “nuova arte”, come la definiva lui, l’aveva molto affascinato.

Ma ancora più grande fu per lui la gioia quando scoprì che questo qualcuno di cui aveva sentito parlare abitava a Detroit, poco distante da dove viveva lui: lo doveva assolutamente conoscere!

Non aveva mai incontrato da vicino un uomo di colore, in città a Palermo ne aveva visto qualcuno da lontano, gli avevano detto che i “negri puzzano” e che bisognava trattarli sempre come inferiori, altrimenti sarebbero diventati arroganti.

Mr Jefferson “carpe diem”…

Mr Jefferson e Giuseppe Monteleone

Fu con grande stupore che Giuseppe scoprì nel Signor Jefferson una persona elegante e distinta, un uomo alto e di bell’aspetto, ma soprattutto che non puzzava affatto!

Mister e Miss Jefferson erano una coppia di mezz’età, senza figli, lui dopo aver fatto diversi lavori, anche manuali, si era costruito una buona posizione sociale (mia nonna mi raccontava che suo papà lo definiva “benestante”); lei era una persona graziosa e gentile che impartiva lezioni di pianoforte, di solito a un gruppetto di chiassosi ragazzini.

Subito Giuseppe fu preso a cuore dalla coppia, che finì per trattarlo come un figlio.

A quell’epoca fare le fotografie era una vera e propria arte, a cui solo pochi erano in grado di cimentarsi con buoni risultati. Bisognava innanzitutto saper “cogliere l’attimo”, non c’era infatti la possibilità di un secondo scatto, sia per le difficoltà tecniche che per il risparmio dei materiali utilizzati, spesso rari e costosissimi. Poi bisognava avere uno sguardo da “artista” per riuscire a vedere in una scena o in un paesaggio qualcosa di diverso, che gli altri non riuscivano comunemente a distinguere, inoltre bisognava riuscire a immaginare quale doveva essere il risultato finale, che poteva cambiare a secondo dei tempi di posa e di esposizione.  Infine le foto dovevano essere ritoccate a mano per eliminarne i difetti oppure dipingere con gli acquarelli per trasformarle a colori.

Molte furono le ore che Giuseppe passò in semioscurità, nella cosiddetta “camera oscura” per lo sviluppo fotografico dove, con diversi passaggi e l’utilizzo di agenti chimici, veniva passata l’immagine dalla lastra fotografica alla carta.

Ben presto Giuseppe divenne un ottimo fotografo e forse sarebbe diventato presto molto ricco negli Stati Uniti, dove questo tipo di attività stava diventando sempre più richiesta dalla gente e dalle grandi aziende per scopi pubblicitari, ma il suo cuore era a Carini, dove al rientro dai campi di battaglia il suo sguardo si era imbattuto nel color verde acqua degli occhi di Maria, che il 27 Aprile del 1924 sarebbe diventata la sua sposa.

Lasciando una parte del suo cuore in quella casa che l’aveva accolto e che gli aveva dato modo di realizzare il suo sogno e poter esprimere la sua arte, salutò in lacrime il Sig. Jefferson e con il baule pieno, questa volta di attrezzatura fotografica al posto di sogni e speranze, si imbarcò per ritornare in Sicilia.

Il ritorno a Carini e lo studio fotografico

Giuseppe Monteleone

Nel 1921 aprì il suo primo studio fotografico, in quella che una volta era chiamata Via degli Agonizzanti, al primo piano della sua abitazione.

Fu il primo fotografo a Carini e nei paesi vicini, dove egli era solito girare con un calesse trainato da una mansueta asinella.

Ben presto riuscì, grazie al suo lavoro, a comprare un’altra casa nella Piazza principale del paese e successivamente dei locali più grandi in Corso Umberto, dove trasferì l’attività e vi affiancò la merceria della moglie Maria.

Ma la vita a volte può essere molto amara, questi anni furono infatti per Giuseppe ricchi di gioie e soddisfazioni, ma allo stesso tempo pieni di dolore, ben tre furono infatti i figli che gli morirono per malattie oggi facilmente curabili con i vaccini.

Forse grazie alla tempra più forte di cui erano dotati i nostri antenati, oppure per “l’abitudine” alla mortalità infantile molto frequente in quell’epoca, Giuseppe e la cara consorte Maria  riuscirono  comunque ad andare avanti e a procreare altri tre figli: Vincenzo, che divenne direttore di Banca, Antonino, che continuerà l’attività di fotografo (oggi del nipote Giuseppe) e mia nonna Lina, che mantenne viva per diversi anni la merceria della madre.

Ancora oggi Giuseppe è ricordato da tutti come “don Pippino u ritrattista”, perché il mio bisnonno non scattava semplicemente delle foto, ma faceva dei veri e propri “ritratti”!

Giorgio Amato

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